lunedì 30 giugno 2025
CANZONI. Fabrizio Moro. Pensa
SCUOLA. L'importanza della scuola dell'infanzia
FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" marzo 2025.
Articolo: "Scuola dell'infanzia. Step fondamentale" di DANIELE NOVARA.
A volte mi capita di avere a che fare con persone che appaiono o troppo centrate su di sé, o incapaci di capire il contesto umano in cui si trovano. Mi danno l’impressione che sia loro mancato qualcosa. Alla domanda: «Hai fatto la scuola dell’infanzia?», in un caso su due, la risposta è positiva, come se ci fosse una correlazione, ovviamente non automatica, tra una certa difficoltà relazionale nella vita adulta e la mancanza di questa importante esperienza scolastica tra i 3 e i 6 anni. Che cosa succede di così decisivo per il futuro di un individuo in questo breve lasso di tempo? Semplice: si impara a stare con gli altri.
I primi tre anni di vita sono stati quelli dell’attaccamento primario, ossia della sicurezza data dall’accudimento di un genitore che ti asseconda nella tua ricerca di autonomia. Nella fase successiva, dai 3 ai 6 anni, nel bambino e nella bambina nasce un profondo bisogno di uscire dal guscio protettivo materno, da quell’ambiente ovattato fatto di desideri realizzati, di tenerezza, di coccole, di compiacimento, per cominciare la lunga e avventurosa sfida verso il mare magnum dell’esistenza, mettendosi alla prova, scoprendo i propri limiti e le proprie risorse.
In che modo? Incontrando e scontrandosi con gli altri, i coetanei, quelli che vogliono il tuo giocattolo, quelli che vogliono la tua maestra, quelli con cui devi fare i conti perché si muovono nel tuo stesso territorio e tu non puoi fare a meno di incrociare i tuoi bisogni con i loro. È il tempo degli abbracci e dei litigi, metafore di straordinari momenti di gioco condiviso, di euforia comune e gioiosa, di scoperte da vivere assieme. È anche l’età in cui si può litigare e imparare a farlo per tutta la vita grazie all’enorme assorbimento cognitivo dei 6 anni.
Da decenni esiste un’istituzione scolastica preposta a questo periodo. Una volta si chiamava scuola materna, oggi ha preso il nome di scuola dell’infanzia, per levarle quel retrogusto di maternage che non deve avere in quanto nasce proprio per togliere i bambini e bambine dal puro e semplice accudimento dei genitori. Lì si vivono esperienze, avventure, scoperte, laboratori… Tutti i bambini e le bambine devono iniziare la loro carriera scolastica da qui, da questo momento così importante e decisivo per la crescita. Avere un insegnante che ti spiega la filosofia in un liceo sarà importante, ma avere una maestra o un maestro che dai 3 ai 6 anni ti aiuta nell’imparare a stare con gli altri non ha paragone.
Per questo sostengo quello che la Francia ha messo in pratica anni fa: l’obbligatorietà della scuola dell’infanzia per tutti i bambini dai 3 ai 6 anni. Una mossa giusta, dovuta anche alla necessità di creare le basi di cittadinanza per una platea infantile proveniente da tutto il mondo. E perché questi arrivi non restino dentro a nicchie etniche, occorre che questa accoglienza avvenga nelle scuole della prima infanzia. Tra i 3 e i 6 anni, nessun bambino o bambina dovrebbe restare a casa ancora appiccicato alla mamma e ai genitori, ma vivere questa esperienza come una straordinaria opportunità per affacciarsi a un mondo più grande.
Faccio mia l’esperienza francese e lancio un appello alla politica italiana: rendiamo le scuole dell’infanzia un luogo dove tutti i bambini e le bambine, necessariamente e obbligatoriamente, possano e debbano passare un pezzo importante della loro vita.
giovedì 26 giugno 2025
GIOVANI E RAGAZZI. Giovani expat: è emergenza
FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" maggio 2025.
Articolo: "Giovani expat: è emergenza" di RITANNA ARMENI.
Non hanno una valigia di cartone. Non hanno lasciato mogli e figli al paese e non parlano un italiano stentato. Anzi, parlano un buon inglese. Hanno lo sguardo sicuro, sono giovani e istruiti.
Nel trolley che trascinano negli aeroporti ci sono jeans, magliette, magari un libro.
Nello zaino, un laptop. In tasca, lo smartphone sempre acceso.
Eppure anche loro sono migranti. Italiani che lasciano il loro Paese per cercare altrove ciò che l'Italia oggi non riesce a offrire: un lavoro dignitoso, una carriera, un futuro.
Negli ultimi tredici anni, dal 2011 al 2023, più di 550mila giovani italiani hanno scelto di emigrare.
Un dato che fotografa non solo una tendenza, ma una vera e propria emergenza nazionale.
A differenza del passato, non partono con la sola forza delle braccia: oggi se ne vanno cervelli, competenze, cultura e professionalità. Un capitale umano costruito grazie ai sacrifici delle famiglie e - almeno in parte - anche agli investimenti dello Stato, che ha garantito loro istruzione e formazione.
Questo capitale, invece di tornare indietro sotto forma di sviluppo per la collettività, prende altre strade.
All'estero, questi giovani trovano occasioni che in Italia non esistono o non sono accessibili. Lì lavorano, fanno carriera, pagano le tasse, creano famiglie, mandano i figli a scuola. Lì mettono a frutto il potenziale che qui resta inespresso.
L'ascensore sociale in Italia si è bloccato. E, ogni anno, pezzi del nostro futuro se ne vanno.
Secondo alcune stime, il valore complessivo di questo "esodo qualificato" ammonta a 134 miliardi di euro. Una cifra impressionante, che non misura solo la perdita economica, ma - ed è altrettanto grave -quella sociale e culturale.
Per questi giovani non si tratta solo di partire: si tratta di rinunciare all'idea che il proprio talento possa essere riconosciuto e valorizzato nel Paese di origine.
Una rinuncia che rappresenta un fallimento di tutti noi e della politica che finora, con Governi diversi, ha diretto il Paese.
Se i dati dell'emigrazione giovanile si incrociano con quelli dell'invecchiamento della popolazione e del crollo demografico, il quadro diventa ancora più critico.
Come si può garantire il sistema pensionistico senza nuovi contributi attivi? Come si tengono in piedi i servizi pubblici senza giovani lavoratori che paghino le tasse? Come si sostiene l'innovazione senza le competenze di chi è cresciuto con le tecnologie? E come si può invertire la rotta della natalità?
Tutti questi nodi sono ben noti agli esperti. E altrettanto nota è la causa principale: la scarsa attrattiva dell'Italia, che non riesce a offrire prospettive di crescita.
Il vero problema, però, è che le idee per invertire la tendenza sembrano poche, frammentate, spesso poco coraggiose. Ed è qui che nasce la preoccupazione: perché ogni anno che passa rende più difficile recuperare ciò che si è perso.
Non siamo ancora oltre il punto di non ritorno, ma il tempo per agire - la politica dovrebbe saperlo - non è infinito.
martedì 24 giugno 2025
RICEVO E PUBBLICO. Questa maledetta guerra
ATALANTA SEMPRE ATALANTA. foto e altro. CISTONE
IERI SERA ABBIAMO RIDIMENSIONATO LA FIORENTINA E BONAVENTURA NON HA FATTO GOL. QUESTO BEL GIOCATORE, QUANDO INCONTRA LA DEA, MOLTIPLICA LE SUE FORZE E RISULTA SEMPRE UNO DEI MIGLIORI IN CAMPO.
18/04/24
AVETE VISTO COME E' ANDATA A FINIRE IERI : UN TRIONFO DELLA NOSTRA DEA.
TRASFERTA A LA SPEZIA
SAMPDORIA - ATALANTA 0 - 2
Chi è il ragazzino, tifoso in erba dell' Atalanta?
squadra giovanile gso Trescore
ginevra





















































































































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