mercoledì 29 gennaio 2020

PARR.S.GIORGIO M. DI ZANDOBBIO. 16°anniversario morte p. Simone Vavassori



Lunedì 10 febbraio ricorre il sedicesimo anniversario della morte  di p. Simone.

FAMIGLIA. La rabbia dei bambini


FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" dicembre 2019.
Articolo: "La naturale rabbia dei bambini" di DANIELE NOVARA, pedagogista.

Mi scrive la mamma di Roberto, 4 anni. "Non so più cosa fare. Mio figlio ha delle improvvise crisi di rabbia. Diventa furioso e se la prende con il fratellino di 2 anni. Poi, non contento, comincia a tirare oggetti dappertutto. Allora intervengo, gli dico che non si fa, cerco di bloccarlo. Lo guardo con decisione dicendogli di fermarsi. Lui diventa ancora più furibondo, a volta cerca addirittura di darmi calci e anche schiaffi. Se c'è in casa il padre in genere si trattiene, ma io con ce la faccio più. Avrà qualcosa?".
La rabbia dei bambini piccoli è assolutamente normale e fisiologica, perlopiù legata proprio all'essere piccoli, cioè deboli, inferiori, incapaci di controllare il mondo intorno a loro.
Sentono la frustrazione di non poter fare come vogliono, di essere spesso in balia di adulti ansiosi, insicuri, incapaci di contenerli sul piano simbolico e psicologico ancor prima che educativo.
Si arrabbiano per non poter vedere la tv, per dover condividere i giocattoli con fratellino o perché la mamma non gli dà sufficiente attenzione.
Confondere questa naturale emozione infantile con un disturbo psicologico appare davvero un equivoco pericoloso che fa sentire i bambini colpevoli, semplicemente per il solo fatto di essere bambini con le loro inevitabili fragilità e immaturità.
Il genitore educativo, anzitutto, accetta che i figli abbiano questi momenti, evita di dar loro un significato più grave di quello che hanno, non si spaventa lasciandosi prendere dalle sue reazioni immediate. Non è bloccandolo o punendo la rabbia che si aiuta il bambino, ma lasciandogliela esprimere in modo simbolico e con i necessari paletti.
La tecnica del cestino della rabbia è una buona possibilità. Come funziona? Basta disegnare la propria furia su un foglio, appallottolarlo e gettarlo in un contenitore predisposto. Un gioco liberatorio per sfogarsi senza farsi male.

VIVERE INSIEME. Gli applausi in chiesa


FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" dicembre 2019.
Articolo: "Rumore fuori posto" di LUCETTA SCARAFFIA.


Anche oggi, aprendo il giornale, ho provato un senso di angoscia: al termine del funerale dei due agenti uccisi da uno squilibrato a Trieste, la folla che riempiva la chiesa è scoppiata in un fragoroso applauso. Lo dichiaro subito: trovo orribili gli applausi in chiesa, sempre, ma ancor di più quelli che accompagnano la fine di un funerale.
L'applauso è un'abitudine molto antica degli esseri umani, che ha accompagnato le esibizioni sportive, gli spettacoli teatrali e, soprattutto in tempi più recenti, l'orazione politica. In generale l'applauso è stato sempre la risposta a una performance ben riuscita, in qualche caso più raro un segnale di sostegno a una persona in stato di necessità.  Senza dubbio un forte segnale di gradimento politico, se prodigato durante una riunione di questo tipo, oppure, in caso di esibizioni artistiche, di apprezzamento della qualità dello spettacolo offerto. A tal punto che è stato inventato uno strumento, l'applausometro, per segnalarne con precisione la durata e, da questa, confrontata con quella di altri applausi rivolti a personaggi concorrenti, trarre conclusioni sulla popolarità e l'indice di gradimento delle persone messe sotto esame.
Esiste un altro modo per segnalare la totale condivisione con un oratore politico, oppure l'entusiasmo provocato da un attore e da un artista, la standing ovation, cioè il rafforzamento dell'applauso con l'alzarsi in piedi tutti nello stesso momento. Una doppia forma di consenso, di apprezzamento, un doppio riconoscimento.
Che cosa centra tutto questo con un funerale?
Non c'è spettacolo, non c'è discorso da festeggiare, semplicemente si assiste a un rito, a una cerimonia per accompagnare il morto nel suo passaggio a un altro mondo che non conosciamo. C'è una perdita, una mancanza da medicare, un dolore da alleviare: certamente niente da festeggiare.
Fosse anche il funerale di un comico famosissimo, non è più il momento degli applausi: ora è il momento triste del saluto finale, è il momento in cui tutti i presenti sono posti di fronte alla mortalità di ogni essere umano, quindi anche alla propria morte. Si capisce benissimo che non c'è niente da applaudire. Il silenzio senza dubbio è l'accompagnamento più appropriato a momenti simili, un silenzio di raccoglimento e di preghiera. Il silenzio è l'accompagnamento più serio anche nel caso di funerali laici, nel corso dei quali i presenti si confrontano comunque con la loro mortalità.
Il rumore fuori posto dell'applauso impedisce ogni forma di raccoglimento, ogni preghiera, ogni riflessione sulla morte, della persona che salutiamo e nostra. Segnala il disagio e la paura con cui la nostra società affronta la morte, cercando sempre di negarla, di nasconderla. Con l'applauso fingiamo che la persona morta sia ancora tra noi e stia recitando una performance, che noi festeggiamo come sempre. Fingiamo quasi che sia un compleanno.
Questa orribile moda, che sta prendendo sempre più piede, per di più con il consenso dei sacerdoti - che del resto hanno sdrammatizzato la cerimonia funebre, eliminando preghiere meravigliose come il salmo de profundis, così perfetto per questa circostanza - non fa che rendere evidente l'incapacità della nostra società a vivere la morte, a confrontarsi con il mistero che avvolge le nostre vite. Incapacità che diventa rumorosa negazione: per favore, non applaudiamo più ai funerali. Accettiamo di stare qualche minuto in silenzio, facendoci toccare dal dolore della separazione, dal mistero di che cosa succede dopo. Cioè accettando la nostra condizione di esseri umani.

OGGETTI. Negozio bambole



mercoledì 22 gennaio 2020

I RACCONTI DI QUADRIFOGLIO. Presentazione



Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa su qualsiasi cosa una volta al mese.
Ora credetemi che se una parte di me si è sentita onorata (dato che l'ambizione fa parte del mio carattere) dall'altra però mi sono sentita confusa, perchè un conto è parlare, un conto è scrivere.
Ci proverò e per prima cosa mi farò conoscere con il nome Quadrifoglio. Il perché di questo nome? Si dice sempre che è un portafortuna e penso che mai come in questi periodi in tutti i campi ne abbiamo un immenso bisogno.
Non perché in passato non ci siano stati tempi brutti. Anzi lo erano anche più di adesso, l'unica differenza è che forse, avendo molto poco, bisognava diventare forti e responsabili molto presto.
La prima volta che ho trovato un quadrifoglio ero nel prato a fare cicoria con la nonna e mi ero meravigliata nel vedere l'entusiasmo della nonna per un piccolo quadrifoglio. Mi disse, a parte tutto, che ero una bambina fortunata e di conservarlo.
Quindi, tornate a casa, prese il libro delle preghiere e tra una pagina e l'altra mise il quadrifoglio ben disteso, schiacciando poi il libro con un ceppo di legno.
Ora vi saluto e mi scuso se qualcuno trova troppo semplice  questo mio modo di esprimermi, ma anche questo fa parte di me. 
                                   Quadrifoglio  

ZANDOBBIESI. Lucia Belotti prem. stagione 2018/19





Il Comune di Bergamo ha premiato a Palazzo Frizzoni gli atleti che si sono maggiormente distinti nella stagione 2018/19.

Tra i premiati anche la nostra Lucia, appartenente alla società Phb Nuoto Paralimpico di Bergamo.
   
Grande Lucia!  Orgoglio di Zandobbio!


mercoledì 15 gennaio 2020

DON CAMILLO. L'omosessualità non è una malattia




FONTE: avvisi settimanali parrocchia di Albegno.

L'OMOSESSUALITA' NON E' UNA MALATTIA

Continuando la mia riflessione pubblicata sul tema dell'adozione da parte di coppie omosessuali, mi concentro sulla realtà dell'omosessualità che è presente da sempre nella storia umana e da sempre convive con la realtà dell'eterosessualità.
Premesso che esiste un'omosessualiutà che può essere indotta da influenze ambientali o educative o da cattive abitudini affettive; e premesso che esiste una fase di omosessualità di passaggio che fa parte dell'evoluzione affettiva della preadolescenza; vi è un'omosessualità di origine genetica dovuta ad un tipo di costituzione ormonale. Non è una malattia! E' una costituzione naturale congenita che entra a far parte dell'equilibrio della persona. E' su questo tipo di omosessualità che intendo riflettere.
Come c'è in natura l'eterosessualità che è la più diffusa, così c'è in natura l'omosessualità, l'una e l'altra con pieno diritto di cittadinanza nell'ambito della convivenza umana e a maggior ragione nell'ambito del regno di Dio.
L'impegno sia dell'eterosessualità sia dell'omosessualità è quello di gestire la propria affettività nel rispetto della verità e della bontà della propria realtà personale.
Purtroppo sia per l'eterosessuale come per l'omosessuale c'è la possibilità di prevaricare e di degenerare in questo campo. In questi casi non è più grave la degenerazione dell'omosessuale rispetto  a quella dell'eterosessuale. Per entrambi si fa urgente la necessità di conversione che è certamente faticosa, ma è possibile con il concorso della Grazia di Dio.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica si esprime così:

2358   Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali innate. Costoro non scelgono la loro condizione omosessuale; essa costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359    Le persone omosessuali sono chiamate  alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradualmente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

Restano aperte comunque ancora alcune domande:
l'omosessuale che vive la sua affettività con gesti di delicata tenerezza è proprio da considerare fuori posto o peccatore?
Non ha forse anch'egli il diritto di esprimere la propria affettività salvo restando che non può essere finalizzata alla procreazione e non può essere simile al rapporto della coppia eterosessuale?
Se nella coppia eterosessuale il rapporto rimane buono per il suo significato unitivo anche quando nella coppia lui o lei sono sterili, perché non può essere positivo anche il rapporto di tenerezza tra 2 omosessuali?
E' giusto che per l'omosessuale e solo per lui/lei per crescere nella vita cristiana l'unica via sia quella castità?
La castità "obbligatoria" aiuta l'equilibrio e la crescita spirituale della persona?
Amo la Chiesa esperta in umanità. So che, per necessità di cose, procede a piccoli passi.  Lo Spirito Santo saprà certamente guidarla a individuare risposte capaci di dare serenità e stimoli positivi ad ognuno in base alla sua storia personale e alla sua diversità.

                                                don Camillo