mercoledì 29 aprile 2026

PERSONAGGI. Giuseppe Tazioli il re dei fornai




FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" aprile 2026.
Articolo: "Il "re" dei fornai" di ANTONIO GREGOLIN.


Nel suo panificio di Pavullo sul Frignano (MO), Giuseppe Tazzioli, 92 anni, da 80 si dedica a fare il pane alla maniera di «una volta». Con lievito madre da lui stesso coltivato e utilizzando materie prime genuine.

La sua è una storia che profuma di buono, visto che parla di pane fatto ancora alla vecchia maniera. Un profumo che anticipa l’arrivo di Giuseppe Tazzioli, 92 anni portati «con entusiasmo», come suggerisce lui stesso. Tazzioli è, infatti, uno degli ultimi giganti «storici» della panificazione nazionale, che, nonostante gli anni, non ha ancora appeso la pala al chiodo, continuando a fare il fornaio, mestiere che ha imparato appena dodicenne. 

Non è facile descrivere una lunga e gloriosa «carriera» come la sua. Per raccontarne l’anima, servirebbe infatti un’intera biblioteca, data la cultura, la simbologia e la tradizione che il pane incarna. Beppe ha innata in sé la simpatia degli emiliani veraci, quelli delle colline, dove, non lontano dalla grande pianura modenese, sorge quella Pavullo sul Frignano in cui lui è nato nel marzo del 1934, e dove ancora risiede con il resto delle nuove generazioni di fornai che ora lo aiutano. Beppe fa presto a fare i conti: «Sono 92 anni, di cui 80 passati nel forno. E ancora non mollo, con lo stesso entusiasmo di allora… per diamine!». Resta quindi poco da dire: Beppe è un artigiano alla vecchia maniera, esempio d’intraprendenza e, soprattutto, di genuina umanità.

Ingredienti naturali

A 20 anni, dopo aver imparato il mestiere del panettiere a Pavullo (Modena), Tazzioli decide d’imbarcarsi in cerca di fortuna per il Venezuela. Lì la troverà, proprio come fornaio: «La mia era una famiglia poverissima – sottolinea –, al punto che mi sono ritrovato più volte da bambino a bussare alle porte dei pavullesi per un pezzo di pane o un frutto da mangiare, ricambiato sempre da grande solidarietà paesana, che ora spero di ricambiare. So bene che cosa sia la fame. Eppure, nonostante tutta quella miseria, i miei genitori, Concetta e Bruno, per incoraggiarmi, allora mi dicevano: “Ten bota Beppe!” (resisti Beppe! ndr). Così ho fatto, senza perdere mai quell’entusiasmo che sento ancora in corpo». Entusiasmo, il suo, che riversa in tre sostanziali cose: pane, famiglia e calcio, e, saltuariamente, da buon emiliano, anche ballo.

Pane e sport, in particolare, lo occupano quotidianamente, con solo un diversivo, immancabile per lui: le partite a carte di «pinnacolo», ogni giorno sempre al solito orario, dalle 14 alle 17, nel bar di fronte al forno, con gli amici di una vita. Solo la domenica si assenta, e il perché lo sanno tutti in paese: c’è la partita a calcio dei ragazzi della rinata società sportiva «La Fonda», che lui stesso ha rifondato qualche anno fa, restandovi poi come presidente: «Faccio fatica a star fermo – ammette ancora –, così che, tolte le quattro ore di sonno,  anche di notte, dalle 3, e fino alle 9 del mattino, chi mi cerca sa di trovarmi al mio solito posto di lavoro, a sfornar pane per il paese». 

«Fin da giovanissimo, mentre facevo la scuola di arti e mestieri – ricorda ancora Beppe –, mi distinguevo per la conoscenza e la coltura del lievito madre. Così, dopo l’iniziale periodo di pratica, nella mia bottega di Pavullo (dove lavorano una decina di operai con a capo due dei miei tre figli, Massimo e Rosanna, diventati titolari), l’unico deputato a mettere mano al lievito base sono sempre io». 

Lui, che, come abbiamo visto, nel cuore della notte si sveglia per recarsi nel vicino forno, quando l’intera Pavullo riposa. E gli basta entrare e annusare l’aria, per sentire il giusto grado di fermentazione della massa lievitata che diventerà pane. «Certo che per fare il pane servono naso ed esperienza. Cose che non mi mancano, visti gli ottant’anni d’impasti, errori e successi, che mi hanno portato a produrre lo stesso pane sano e gustoso che produciamo ancora oggi, sette giorni su sette, e che poi vendiamo in bottega». 

Tazzioli parla del suo pane come farebbe di un figliuolo: «Il pane è vita ed è vivo – ammonisce infatti l’anziano panettiere –, e per avere un ottimo prodotto servono i soliti pochi ingredienti di sempre: buon grano, e quello che usiamo è rigorosamente modenese; dell’acqua salubre, e questa ce l’abbiamo, visto che ci troviamo nel cuore delle colline; e il lievito madre che da quasi ottant’anni coltivo, ricavandolo dal mosto del vino che, fermentando, produce saccaromiceti vivi che poi vado a nutrire con yogurt bianco. Questo è un segreto non solo mio, ma di tutti i fornai che vogliono fare un pane sano e buono!».

Ingredienti semplici, che dal 1946 Beppe Tazzioli custodisce nella sua Pavullo, come si trattasse di una liturgia del benessere. Questo fa la differenza quando si assaggia il suo pane: in particolare quel «gioiello» di bontà che lui chiama il «pane del pastore», il quale negli anni gli ha portato ampi riconoscimenti e premi di qualità. «Otto anni fa il nostro forno è stato il più votato della Provincia di Modena. L’Accademia della Cucina Italiana ci ha onorato del titolo di “miglior pane casereccio”»

Questione d’amore

Ma se la storia del forno Tazzioli ha un lungo passato, ora ha dinanzi anche un futuro certo, grazie a due dei figli che stanno calcando le orme del padre. L’esperienza del «vecchio fornaio», però, continua a far sentire il suo peso e, mentre fuori il mondo cambia, dentro, il gusto del pane resta quello di sempre, per questioni di scelta che negli anni non sono cambiate. Così come non sono mutati gli orari e i giorni di apertura del panificio: «Siamo aperti dalle quattro del mattino fino alle otto della sera, per tutti i giorni dell’anno, eccezion fatta per il Natale» informa infatti Beppe.

«Il pane da sempre ha rappresentato il cibo del corpo e dell’anima per gli uomini, anche se oggi il legame è profondamente mutato», aggiunge da dietro il bancone la figlia Rosanna, che affianca il padre. Così, se il mondo e i gusti sono cambiati, i forni si sono adattati. I più sono passati dalla legna al gas. Dal pane artigianale a quello industriale: «Quando sono partito, giusto ottant’anni fa – ricorda ancora Beppe –, producevo solo pagnotte comuni. Un tipo solo di pane per tutti. E bastava! Oggi ne sforniamo più di trenta tipologie differenti, tante da non ricordarmele tutte. Anche la lievitazione è mutata, con l’avvento dei lieviti e correttori chimici. Ma la mia volontà non ha mai ceduto a queste tentazioni, restando fedele a quel lievito madre per cui sono conosciuto e apprezzato». 

«Se però un tempo una famiglia media consumava tre chili di pane al giorno, oggi che i nuclei sono ridotti all’osso la produzione è più che dimezzata. Per questo serve la diversificazione, affiancando al pane, focacce, biscotti e dolci da forno – sottolinea il panettiere –. Sforniamo infatti più di mille pezzi di focacce al giorno e, quando avanziamo pizza, focacce o manicaretti, li mandiamo negli spogliatoi dei miei ragazzi del calcio, con grande entusiasmo da parte di tutti».

Ma c’è un pane che nel forno Tazzioli è speciale più degli altri: il tipo «tirolese», realizzato con farina integrale che ha poco a che fare con la tradizione emiliana. «È una questione di cuore – sottolinea Beppe –. Quel pane lo realizzo per ricordare mia moglie Maria Carla Palatini, scomparsa cinque anni fa, dopo sessantadue bellissimi anni di matrimonio, lasciandomi tre meravigliosi figli, sei nipoti e altrettanti pronipoti. Un grande amore scoppiato mentre ero a fare la leva alpina a Belluno, dove conobbi quella bella ragazza delle valli cadorine, dagli occhi cerulei. In quell’occasione, conobbi anche il pane delle montagne. Da allora non ho più smesso di produrlo, neppure negli anni venezuelani. Così, oggi più che mai, quando lo sforno e ne sento il profumo, il mio pensiero corre a Maria Carla e ai bei ricordi». Così amore e pane si fondono ancora in quel «miracolo di bontà» destinato a finire sulle tavole di molti. Un miracolo di bontà che per Giuseppe Tazzioli è un atto d’amore artigianale verso la vita, ricambiato da quella «fragrante longevità» che è una ventata di contagioso entusiasmo per chi ha la fortuna di avvicinare questo piccolo uomo, che con le «mani in pasta» è il «re» dei fornai italiani.















GSO ZANDOBBIO. Date dei playout

 





10/05  DO. BIENNO - GSO ZANDOBBIO 
ORE   ?

17/05  DO.  GSO ZANDOBBIO - BIENNO 
ORE   ?

In caso  di parità di punteggio dopo lo svolgimento degli incontri predetti, ai fini  del mantenimento della categoria o della retrocessione sarà determinante  la migliore posizione in classifica.

martedì 28 aprile 2026

SERGIO. Zandobbio Paese in festa 2026

 






Ogni anno vivo con entusiasmo la manifestazione "Zandobbio Paese in festa" e sono felice di vedere le tante persone che vi partecipano con il sorriso sulle labbra.
In questa bella e felice iniziativa la mia presenza di solito è discreta e mi permette di scattare tante foto delle varie iniziative che si susseguono nei giorni di festa, che poi pubblico sul blog.
Purtroppo quest'anno non è andata così, perché sono dovuto rimanere a casa per quasi tutti i quattro giorni poiché il ginocchio sinistro  mi si è gonfiato e il dolore era notevole nel camminare.
Devo fare una premessa. 
Due mesi fa ho fatto l'operazione della protesi al ginocchio destro e, nonostante in questo periodo cammini con le stampelle, il ginocchio sinistro (che deve anch'esso essere operato, essendo in condizioni peggiori dell'altro) è stato sovraccaricato e questo ha portato ad un'infiammazione.
Tuttavia fino a sabato sera il dolore era sopportabile e mi ha permesso di assistere allo spettacolo musicale BEPI & The Prismas e a cenare una sera.
Quindi non ho scattato alcuna foto.
Avrei voluto assistere anche alla partita Cortefranca - Gso Zandobbio, ma domenica pomeriggio il ginocchio dolorante era nella fase acuta, tanto che mi ha suggerito di pubblicare il post RIFLESSIONI. La sofferenza.

                         

 



lunedì 27 aprile 2026

GSO ZANDOBBIO. Campionato calcio 2° cat. 2025/26 Cortefranca - Gso Zandobbio 3 -2

 















Non ho visto la partita e quindi non posso fare alcun commento.
Se avessimo vinto ci saremmo salvati senza playout. 
Invece dovremo giocare con Bienno andata e ritorno: il vincitore si salverà, mentre l'altro retrocederà in 3 cat.
Dall'articolo su L'eco di Bergamo vedo che la partita era già chiusa nei primi 45' di gioco con reti degli avversari al 12', 43' e 44'. 
Nella ripresa si sono avute le seguenti nostre sostituzioni:
1'   s.t. Paltenghi con N. Belotti
1'   s.t. Facchinetti  con Locatelli
1'   s.t. M. Belotti  con Brignoli
19'  s.t. Tebaldi con Vanoncini
33' s.t. Paul con Elomari.
La nostra squadra ha segnato con Elomari al 44' e 49' s.t.
Ma la partita era già stata compromessa nei primi 45'.
Da rimarcare il secondo posto nella classifica dei cannonieri del nostro bomber Belotti Nicolas con 16 reti (quasi sempre decisive).

Le 2 partite di playout avranno questo calendario: 

10/05  DOM.    BIENNO - GSO ZANDOBBIO
17/05  DOM    GSO ZANDOBBIO - BIENNO

In caso  di parità di punteggio dopo lo svolgimento degli incontri predetti, ai fini  del mantenimento della categoria o della retrocessione sarà determinante  la migliore posizione in classifica. In questo caso saremmo salvi noi.
I due incontri di campionato si sono conclusi con due pareggi: 3 - 3 a Bienno, 2 - 2 a Zandobbio. Quindi le due squadre si equivalgono.
Siamo stati fortunati con la vittoria a tavolino contro l'Academy Senegal. 
Senza quei  tre punti saremmo terz'ultimi con 28 punti, mentre il Bienno quart'ultimo con 31 punti. Nei playout non sarebbe cambiato nulla (tranne l'inversione dei campi), ma in caso di parità si sarebbe salvata la squadra camuna.
Che questo sia di buon auspicio?
Chi vivrà, vedrà.
                  Sergio Finazzi

SERGIO. Ti ricordo Giuliana

 





Cara Giuliana,
oggi sarebbe stato il tuo compleanno: avresti compiuto 61 anni, ma la falce implacabile  ha tagliato il bel fiore per trapiantarlo nel giardino celeste nel lontano agosto del 2020.
Mi ricordo che, sposato con tua sorella Rosaria, venivo a casa vostra la domenica mattina verso le undici e trovandoti ancora a letto con Lionella, altra tua sorella in stanza, vi "ribaltavo".
Eri una donna semplice e solare e pubblico una foto con il tuo bel sorriso. Ciao Giulia.



                                    SERGIO










domenica 26 aprile 2026

RIFLESSIONI. La sofferenza

 





DEDICATO A CHI IN QUESTO MOMENTO STA SOFFRENDO

SIA BENEDETTO IL NOME DEL SIGNORE

Allora Giobbe si alzò e
si stracciò le vesti, 
si rase il capo, 
cadde a terra,
si prostrò e disse:
"Nudo uscii dal seno di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
il Signore ha dato,
il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!".
In tutto questo Giobbe non peccò e
non attribuì a Dio nulla di ingiusto.






giovedì 23 aprile 2026

FAMIGLIA. Il senso di colpa genitoriale

 



FONTE: "Bergamo Salute" marzo  aprile 2026.
Articolo: "Il senso di colpa genitoriale: quando sentirsi inadeguati diventa la norma" della dott.ssa LUISA OPRANDI.

Cosa significa essere genitori al giorno d’oggi?

Essere genitori oggi significa muoversi in un territorio complesso, instabile, in cui alle responsabilità quotidiane si sommano aspettative elevate e modelli educativi contraddittori. Molte mamme e molti papà vivono con una sensazione costante di inadeguatezza, come se ogni scelta fosse sempre imperfetta, mai del tutto corretta. Il senso di colpa genitoriale è diventato così una presenza diffusa, silenziosa ma persistente, che accompagna la crescita dei figli e si insinua nelle decisioni più semplici della vita familiare.

L’influenza “social”

A contribuire in modo significativo a questo clima è anche la crescente esposizione ai social network. Ogni giorno ci scorrono davanti agli occhi video, post e reel che promettono di spiegare come essere dei “buoni genitori”. In pochi secondi vengono offerte indicazioni su cosa dire, cosa evitare, come gestire le emozioni dei bambini, come rispondere ai capricci, alle crisi, alle frustrazioni. Messaggi spesso semplificati, presentati come verità universali, validi per tutti e in ogni situazione. Il risultato è che molti genitori iniziano a confrontarsi non più con i propri figli reali, ma con immagini ideali di genitorialità. Ogni comportamento viene analizzato, ogni reazione messa in discussione: “ho parlato troppo? Ho perso la pazienza? Avrei dovuto essere più calmo, più presente, più coerente?”. In questo confronto continuo, il senso di colpa trova terreno fertile e cresce, alimentando l’idea di essere sempre in difetto. Il problema non è cercare informazioni o desiderare di migliorarsi, ma credere che la genitorialità possa essere ridotta a una serie di istruzioni da seguire alla lettera. I bambini non sono tutti uguali, così come non lo sono le famiglie. Ogni contesto ha una storia, risorse e fragilità proprie. Applicare regole standard senza considerare la realtà concreta rischia di allontanare i genitori dal proprio sentire e dal legame autentico con i figli. Il senso di colpa, quando diventa costante, non migliora la qualità dell’educazione. Al contrario, può generare adulti insicuri, iper-controllanti o, in altri casi, paralizzati dalla paura di sbagliare. Un genitore che si sente continuamente sotto giudizio fatica a essere presente in modo sereno, a porre limiti chiari, a fidarsi delle proprie scelte educative.

Imparare a rimediare

La pedagogia ci ricorda da tempo che educare non significa essere perfetti. Donald Winnicott parlava di “madre sufficientemente buona”, sottolineando come i bambini non abbiano bisogno di figure impeccabili, ma di adulti capaci di rispondere ai bisogni in modo autentico e progressivo. È proprio nelle piccole imperfezioni che il bambino impara a confrontarsi con la realtà e a sviluppare resilienza. Vedere un genitore che sbaglia, che riconosce l’errore e prova a rimediare è un’esperienza educativa potente. Insegna che le relazioni non si basano sulla perfezione, ma sulla possibilità di riparare. Chiedere scusa a un figlio, fermarsi a riflettere, modificare il proprio comportamento sono gesti che trasmettono sicurezza più di qualsiasi regola. In questo senso, il senso di colpa può diventare uno strumento utile solo se non prende il sopravvento. Può spingere a interrogarsi, a crescere, a migliorare. Ma quando diventa paralizzante smette di essere costruttivo e rischia di compromettere la relazione educativa. Trasformare il senso di colpa in responsabilità significa accettare i propri limiti e riconoscere che crescere un figlio è un processo lungo e complesso.

Prendersi cura di sé e dei propri figli

Viviamo in una società che spinge al confronto costante e alla performance, anche in ambito educativo. Essere un “buon genitore” sembra diventare un obiettivo da dimostrare pubblicamente, piuttosto che un’esperienza da vivere nella quotidianità della relazione. Questo clima rischia di isolare le famiglie e di far sentire ogni difficoltà come un fallimento personale. Restituire dignità alla fatica genitoriale è un passaggio fondamentale. Parlare apertamente delle difficoltà, normalizzare il dubbio, riconoscere il bisogno di supporto sono atti educativi importanti. Chiedere aiuto, confrontarsi con un professionista, cercare uno spazio di ascolto non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza e responsabilità. 

Perché nessuno nasce genitore, e nessuno dovrebbe esserlo da solo.

 Prendersi cura di sé come adulti significa prendersi cura anche dei propri figli. 
E solo liberandosi dal peso del senso di colpa è possibile costruire relazioni educative più sane, più autentiche e più umane. 






martedì 21 aprile 2026

COMUNE DI ZANDOBBIO. Convocazione consiglio comunale 27 aprile 2026





FONTE: albo pretorio


CONVOCAZIONE 
CONSIGLIO COMUNALE
ORDINE DEL GIORNO

della seduta ordinaria di prima 
convocazione
di lunedì 27 aprile 2026
alle ore 20.30
presso la Sala Consiliare



1. COMUNICAZIONE VARIAZIONE ALLE DOTAZIONI DI CASSA DEL BILANCIO DI PREVISIONE 2025-2027 ADOTTATA DALLA GIUNTA COMUNALE CON DELIBERAZIONE N. 25 DEL 01/04/2026 DOPO RIACCERTAMENTO ORDINARIO DEI RESIDUI.

2. ARMONIZZAZIONE DEI SISTEMI E DEGLI SCHEMI CONTABILI DI CUI AL D.LGS. N. 118/2011. PRESA D’ATTO DELLA FACOLTA’ DI NON PREDISPORRE IL BILANCIO CONSOLIDATO (COMUNI SOTTO I 5.000 ABITANTI) (ART. 1, C. 831, LEGGE DI BILANCIO 2019).

3. APPROVAZIONE DEL RENDICONTO DELLA GESTIONE PER L’ESERCIZIO 2025 AI SENSI DELL’ART. 227, D.LGS. N. 267/2000.

4. VARIAZIONE AL BILANCIO DI PREVISIONE FINANZIARIO E AL DOCUMENTO UNICO DI PROGRAMMAZIONE (DUPs) 2026-2027.

5. APPROVAZIONE PIANO ECONOMICO FINANZIARIO (PEF) DELLA TASSA RIFIUTI “TARI” PER IL PERIODO 2026-2029.

6. APPROVAZIONE TARIFFE DELLA TASSA SUI RIFIUTI “TARI” PER ANNO 2026.





venerdì 17 aprile 2026

GIORNALINO PARROCCHIA S. GIORGIO M. ZANDOBBIO. Suore orsoline 25 anni a Zandobbio

 



Nel 1991 sul Giornalino fu pubblicato questo articolo riguardante i 25 anni di presenza a Zandobbio delle suore orsoline di Vicenza.
Quest'anno il 15 di settembre saranno 60 gli anni e suor Gigliola è ancora vivente: la ricordo con tanto affetto. All'epoca avevo 16 anni ed abitavo di fronte all'asilo.













mercoledì 15 aprile 2026

SERGIO. Il bambino e l'avvoltoio



Tanti anni fa questa foto ha fatto il giro del mondo.
La situazione mondiale non è migliorata, anzi è peggiorata.




VIVERE INSIEME. Benedite la vita



FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" febbraio 2026.
Articolo: "Benedite la vita" di SIMONE OLIANTI.


Anche quando la vita è fatica, dolore e frustrazione, riserva qualcosa di straordinario. Venire al mondo è già un prodigio, la nostra più grande avventura.

Ogni vita merita un romanzo, recita il titolo di un bel libro di uno psicoterapeuta americano che ebbi modo di conoscere e di apprezzare durante i miei studi universitari. Sono convinto che, per quanto misera, nessuna vita vada disprezzata e che davvero ogni vita meriterebbe un romanzo. Scrive Henry David Thoreau, in un libro che leggevo un po’ alla volta a mio figlio camminando nel bosco, quando era piccolo: «Per quanto misera sia la vostra vita, affrontatela e vivetela; non evitatela, né insultatela. Essa non è cattiva come voi. Un brontolone troverà qualcosa che non va persino in paradiso. Amate la vostra vita, per quanto povera essa sia! Forse potete trascorrere qualche ora piacevole, eccitante e meravigliosa, anche in un ospizio. Il sole che tramonta è riflesso con la stessa lucentezza sia dal palazzo di un ricco che dalle finestre dell’ospizio; e in primavera la neve si scioglie rapidamente anche sulla soglia di quest’ultimo» (H.D. Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi, BUR 1988, p. 404).
C’è forse qualcosa di più esaltante e straordinario che vivere? Ma la vita non va insultata, va benedetta, anche quando la fatica, il dolore o la frustrazione attanagliano al punto da togliere il respiro. Vivere è un’avventura personale e la prima vocazione di ogni essere umano. Che significa vivere una vita degna d’essere vissuta? Una vita nella quale ci si riconosce, che sentiamo nostra, e che viviamo da protagonisti? Sono le domande che mi faccio da sempre. Siamo stati chiamati alla vita; potevamo non esserci. Venire al mondo è già un prodigio, un miracolo da riconoscere e di fronte al quale possiamo solo meravigliarci. Per questo, sciupare la vita, non farla fecondare di frutti, è il peccato più grande. Non ci sono date altre possibilità che questa: non c’è una vita di prova e poi, se va bene, la vita vera. La vita vera è adesso; è questa! Per questo non va sciupata né mortificata. Per questo voglio accoglierla ogni mattina con un sorriso e un grazie sulle labbra come un dono, misterioso e incommensurabile. Un dono irripetibile. Non accetto di vivere ai bordi della vita né alla periferia dell’esserci, e, per quanto gettati nel mondo, come direbbe Heidegger, voglio vivere ogni giorno con l’incanto di un bambino che tutto si aspetta senza lamentarsi. (Cfr. S. Olianti, Fai fiorire la vita. Tracce per educare lo sguardo, EMP 2023, p.52).
Ho amato nella mia giovinezza Nietzsche e Schopenhauer, ma non potrei mai accettare che la vita umana sia solo «un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia» (A. Schopenahauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Roma-Bari 1997, Vol. 2, p. 244). Né potrei accettare che la vita è solo nausea o una «parentesi tra due nulla» come predicato da Sartre, in alcuni dei suoi libri più conosciuti: «Penso che siamo tutti qui a bere e a mangiare per conservare la nostra preziosa esistenza, e che non c’è niente, niente, nessuna ragione d’esistere. (…). Tutto è gratuito, questo giardino, questa città e io stesso. Quando capita di accorgercene, viene il voltastomaco e tutto comincia a oscillare; ecco la nausea» (J.P. Sartre, La nausea, Einaudi, Torino 2011, p. 152 e p. 177).
Se non c’è nessuna ragione d’esistere perché alzarsi al mattino? Perché faticare per studiare, per cercare un buon lavoro? Perché mettere al mondo altri nauseati? Infatti non si fanno più figli né più si crede al legame d’amore che dura per sempre. La domanda se il nostro essere al mondo ha un senso, è la domanda; le altre sono corollari. Solo così la vita si squaderna al gusto e alla gioia. 
Mi è capitato più volte di fare l’esperienza estatica della gioia di vivere, specialmente durante le mie lunghe camminate nel bosco o nei momenti in cui l’abbraccio della persona che ami ti avvolge fino a penetrarti nelle viscere, e talvolta questa esperienza traboccante mi ha frastornato: com’è possibile che tutta questa bellezza non abbia un senso? Com’è possibile che tutta questa ricchezza di sapori e di colori, di emozioni e desideri finisca per sempre in una fossa? Chi raccoglierà tutte le lacrime e le promesse d’amore, i gemiti e i sorrisi infantili, le fatiche e gli slanci del cuore? (Cfr. S. Olianti, Di fronte alla morte impara la vita, EMP, 2022, p.18)

Sono domande potenti come quelle che si faceva Thoreau e che lo hanno portato a vivere da solo, per oltre due anni, nel bosco sulle rive del lago Walden: «Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non avevo vissuto» (H.D. Thoreau, ivi). Sbaragliare tutto ciò che non è vita perché non c’è cosa peggiore che scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto. Ecco, allora, la domanda che più conta, quella che tutti temiamo alla soglia della senilità: per chi, per che cosa abbiamo vissuto? Ne è valsa la pena? Scegliere la vita, dunque, per non invecchiare da giovani e per morire da vivi. C’è un’arte tutta da scoprire e da valorizzare: scegliere responsabilmente come vogliamo vivere. La suprema libertà dell’uomo è poter scegliere in che cosa credere e come vivere, ricordando che ciò che scegliamo di credere non è innocuo ma produce delle conseguenze sulle forme che assumerà la nostra vita e sulla nostra visione del mondo. Vorrei fare mio l’epitaffio che Stendhal volle che fosse scritto sulla sua tomba, in italiano: «Scrisse, amò, visse». Cambierei soltanto l’ordine: «Vissi, amai, scrissi». Sarebbe già tanto.







martedì 14 aprile 2026

COMUNE DI ZANDOBBIO. Patrocinio comunale manifestazione "ZANDOBBIO LIVE VIBEZ" 07/06/26

 



FONTE: albo pretorio.

Numero pubblicazione

256


Mittente

COMUNE DI ZANDOBBIO


Tipo

DELIBERA DI GIUNTA


COMUNE DI ZANDOBBIO
Provincia di Bergamo

GC / 23 del 01-04-2026

Verbale di deliberazione della Giunta Comunale

OGGETTO: CONCESSIONE DEL PATROCINIO GRATUITO DEL COMUNE DI ZANDOBBIO ALLA MANIFESTAZIONE "ZANDOBBIO LIVE VIBEZ" DEL 07 GIUGNO 2026.

L’anno duemilaventisei addì uno del mese di aprile con inizio alle ore 21:10 nella sala comunale, si è riunita la Giunta Comunale

Eseguito l’appello risultano

PARIGI MOSE'                   Presente
BIANCHI SEBASTIAN       Presente
GAVERINI MICHELE         Presente

Assiste il SEGRETARIO COMUNALE Sig. VALLI STEFANO

Constatato il numero legale degli intervenuti, assume la presidenza il sig. PARIGI MOSE', nella qualità di SINDACO, che dichiara aperta la seduta per l’esame dell’argomento in oggetto.


LA GIUNTA COMUNALE
PREMESSO CHE:

- con nota pervenuta al protocollo comunale in data 28/03/2026 al numero 2185, il sig. Massimo Barcella, in qualità di Presidente e legale rappresentante dell’associazione GSD Oratorio Zandobbio, ha richiesto il patrocinio gratuito del Comune di Zandobbio per la manifestazione denominata “ZANDOBBIO LIVE VIBEZ – Musical Event & Contest Target 14-19 anni”, prevista per il giorno 07/06/2026;

- l’iniziativa è rivolta ai giovani del territorio e ha finalità di aggregazione sociale, promozione culturale e valorizzazione delle espressioni artistiche musicali;

CONSIDERATO CHE:
- l’evento è coerente con gli obiettivi dell’Amministrazione Comunale in materia di promozione culturale e sociale;
- la manifestazione non ha fini di lucro e rappresenta un’importante occasione di partecipazione e coinvolgimento per la comunità locale;

RITENUTO:
- di concedere il patrocinio gratuito del Comune di Zandobbio alla suddetta iniziativa;
- di autorizzare l’utilizzo del logo comunale sui materiali promozionali dell’evento;

VISTI:
- lo Statuto Comunale;
- il Regolamento per la concessione del patrocinio;

Con voti unanimi favorevoli espressi nei modi di legge,

DELIBERA

1. Di concedere il patrocinio gratuito del Comune di Zandobbio alla manifestazione “ZANDOBBIO LIVE VIBEZ – Musical Event & Contest Target 14-19 anni”, organizzata dall’associazione GSD Oratorio Zandobbio, in programma per il giorno 07/06/2026.

2. Di autorizzare l’utilizzo del logo del Comune di Zandobbio sui materiali promozionali dell’iniziativa, previa approvazione degli stessi da parte degli uffici competenti.

3. Di dare atto che il presente patrocinio non comporta oneri economici a carico dell’Ente.

4. Di demandare ai competenti uffici gli adempimenti conseguenti.

Inoltre, con voti unanimi favorevoli espressi nei modi di legge,

DELIBERA

di dichiarare il presente atto immediatamente eseguibile ai sensi di legge.


Letto, approvato e sottoscritto.

                    IL PRESIDENTE
                     PARIGI MOSE'
                                                          IL SEGRETARIO COMUNALE
                                                                          STEFANO VALLI




GIOVANI E RAGAZZI. Giovani, indifferenti e "senza Dio"




FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" marzo 2026.
Articolo: "Giovani, indifferenti e senza Dio" di  LUISA SANTINELLO.

È il popolo dei nuovi atei che, anziché negare l’esistenza di Dio per convinzione, si definiscono perlopiù indifferenti nei confronti della fede. Ma anche nel più profondo agnosticismo, permane una ricerca di senso…

Anna ha 12 anni, frequenta la seconda media e lo scorso novembre ha completato il percorso catechistico ricevendo il sacramento della comunione. Ora che le «tappe obbligate» dai genitori (entrambi credenti, ma poco praticanti) sono finite, la ragazzina si rifiuta di partecipare ai gruppi di animazione che organizzano in parrocchia, perché – parole sue – non crede più a certe «favolette» e ha iniziato seriamente a pensare che Gesù sia una fake news. In realtà, in classe non è l’unica a crederlo… La sua amica Giorgia, l’altro giorno, ha paragonato il Figlio di Dio a Babbo Natale. Entrambi, secondo la giovane, non sarebbero mai esistiti, anche se in famiglia le hanno sempre detto il contrario… Almeno mamma e papà. Perché invece il fratello Davide, 19enne in piena crisi adolescenziale, è troppo preso dalla Playstation per preoccuparsi di fatti accaduti più di duemila anni fa. È già tanto se, tra una partita e l’altra, si ricorda di sedersi a tavola per la cena. 

Anna, Giorgia e Davide non sono i protagonisti di qualche fiction televisiva, ma persone reali, abitanti di una piccola città italiana che, solo nel centro storico, conta decine di edifici religiosi. Chiese e oratori che, nella migliore delle ipotesi, aprono i battenti qualche giorno a settimana, perché l’affluenza di fedeli è quel che è, e perché i pochi parroci rimasti faticano a gestire più luoghi sacri contemporaneamente. Lo scenario coincide in pieno con l’immagine fotografata dall’Istat nel 2022-2023 (Indagine multiscopo), secondo cui il 31% degli italiani non entra mai in un luogo di culto e solo il 18% della popolazione frequenta la Messa settimanale, percentuale che, rispetto al 2001, si è praticamente dimezzata. Certo, come conferma il Pew Research Center’s Forum on Religion di Washington, il cristianesimo oggi resta la religione più diffusa al mondo, con il 30,7% di credenti in Africa, il 24,1% in America Latina e il 22,3% in Europa. Ma i numeri sono a dir poco variabili, e la partita tra fede e ateismo è tutt’altro che vinta. Già tre anni fa l’Ipsos segnalava, nello studio Global religion 2023, che la percentuale di cristiani in Italia era scesa al 61% contro l’avanzare invece dei «senza religione» saliti al 28%. 

A seguire questa tendenza sembrano essere soprattutto le nuove generazioni, come conferma l’ultimo Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, realizzato ogni anno dall’Osservatorio Giovani a partire dal 2013 su un campione di ragazzi tra i 18 e i 29 anni. «Nel 2013 i giovani che si dichiaravano, per autopercezione, cristiani cattolici, erano il 56,2%; nel 2023 sono il 32,7%; i giovani che si sono dichiarati atei nel 2013 erano il 15%, sono diventati il 31%». A denunciare questo trend è Paola Bignardi, curatrice, insieme a Rita Bichi, del volume Cerco, dunque credo? I giovani e una nuova spiritualità (Vita e Pensiero, 2024) che sintetizza la ricerca. Ancor più indicativa, secondo Bignardi, sarebbe la situazione delle giovani donne: «Se nel 2013 si sono dichiarate cattoliche il 62%, nel 2023 la percentuale scende al 33%, quasi la metà. Fa pensare anche l’analisi dei dati rispetto alle fasce di età: i giovani tra i 18 e i 22 anni hanno percentuali più basse rispetto alla media: i cattolici sono il 28,9%, mentre quelli che si dichiarano atei sono il 33%». Altro dato particolarmente interessante per la studiosa sarebbe l’aumento in percentuale di giovani che dichiarano di credere in una generica entità superiore, ma senza far riferimento a nessuna religione: «Nel 2023 sono il 13,4%; nel 2020 erano l’8,7%; nel 2016 il 6,2%». Come a dire che, al di là del credo, è insito anche nei più giovani un certo bisogno di spiritualità, lo stesso fotografato nel 2023 dalla ricerca di Barna Group su un campione di duemila giovani statunitensi nati tra il 1999 e il 2015. «Indipendentemente dalle loro convinzioni religiose – si legge nel report della ricerca -, oggi la Generazione Z partecipa a varie pratiche religiose e può essere aperta a esplorare in una certa misura le tradizioni spirituali, anche se non si identifica necessariamente con una religione in particolare». 

Non solo in Italia, dunque, sembra crescere tra i giovani una certa ricerca di senso, non necessariamente legata però al concetto di fede e trascendenza. Di questo avviso è Franco Garelli, professore emerito di Sociologia dei processi culturali e di Sociologia delle religioni all’Università di Torino, nonché autore di numerose pubblicazioni in tema di religione e ateismo. «Oggi più che mai ci troviamo ad affrontare un problema di definizione. Anche tra i praticanti molti preferiscono dichiararsi credenti piuttosto che cattolici. C’è un travaglio nel definirsi che indica un travaglio nel collocarsi. Questo perché, a differenza del passato in cui la religione equivaleva alla normalità e scandiva la vita quotidiana, ora la fede è considerata una scelta forte che richiede di smarcarsi dalla massa». Una fatica, dunque, che presuppone grande motivazione (non a caso, i cattolici di oggi, seppur inferiori di numero, appaiono dalle ultime indagini molto più convinti di quelli di ieri). Risultato: crescono i giovani agnostici, cresce l’indifferenza – rappresentata dai nones (i giovani che dichiarano di non identificarsi in alcun Dio, di non appartenere ad alcuna confessione e tradizione religiosa) – e non ci sono più gli atei radicali di una volta.

Di generazione in generazione

All’origine di questo successo dell’indifferenza illustrato da Garelli, insieme a Stefania Palmisano, nel suo ultimo libro Le religioni nel mondo globale (Il Mulino), ci sarebbe il senso di inquietudine e frammentazione in cui viviamo, ma soprattutto l’effetto di una società pluralista e multiculturale (oltre che multireligiosa) che ha già portato a una frattura con la tradizione e col passato. E così, continua Garelli, «si crea un grosso gap tra la generazione dei nonni e quella dei nipoti». Un divario che, tuttavia, contro ogni pronostico, porta con sé anche arricchimento e comprensione reciproca. «I miei nonni credono ciecamente in Dio e nei precetti cristiani, pregano e vanno a Messa ogni domenica – spiega M., 24enne non credente intervistato da Franco Garelli per il libro Piccoli atei crescono (Il Mulino) –. I loro figli si dichiarano cristiani, però non hanno voglia o tempo da dedicare alla religione. Dei nipoti nessuno si dichiara più cristiano, anzi c’è la negazione di tutto quello che non è razionale. Questa negazione, tra l’altro, crea una delusione nei nonni. Per cui noi nipoti, a turno, li accompagniamo la domenica in chiesa, perché vogliamo loro bene».

Rapportarsi col diverso aiuta, dunque, a capire e accettare se stessi oltre che l’altro, in vista di una «biodiversità religiosa» tra credenti e non credenti capace di generare vicinanza e ammirazione. Nasce anche da qui la ricerca di senso di cui parlavamo poco sopra, quel bisogno di spiritualità che Garelli ha indagato in varie interviste a giovani, raccolte nel libro Gente di poca fede (Il Mulino). Alla richiesta di definire la propria concezione di spiritualità (con risposte multiple), il 39,9% ha chiosato: «Cercare di essere una persona buona, di condurre una vita buona»; il 35,5% «Aiutare gli altri, impegnarsi per gli altri»; il 30,4% «Cercare il senso profondo della vita» e solo il 10,4% «Andare in chiesa (moschea, tempio) e agire di conseguenza».

Di questo passo le previsioni illustrate da Paola Bignardi nel 2024 durante la presentazione del libro Cerco dunque credo. I giovani e una nuova spiritualità non sembrano poi così irreali: senza una inversione di rotta, il numero di cattolici sul totale dei giovani italiani potrebbe scendere al 18% nel 2033 e al 7% nel 2050Meno «pessimista» l’ultima indagine svolta dal gruppo di ricerca «Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs» della Pontificia Università della Santa Croce, con l’istituto GAD3, su 4.889 giovani tra i 18 e i 29 anni, da otto Paesi. Nonostante l’avanzare della secolarizzazione in Occidente, la ricerca registra molti segnali di speranza per il futuro dei cattolici nel mondo. E riscontra anche una certa apertura da parte di atei e agnostici. Un dato su tutti: il 37% dei non credenti chiede ai credenti di pregare per loro. Segno che, anche nei «luoghi» più impervi e nelle situazioni più ostinate, quando tutto sembra perduto, la fede unisce e getta ponti di dialogo…