L'amico Gigi Mutti mi ha mandato questo articolo pubblicato su L'ECO DI BERGAMO.
Lo posto volentieri, poiché da sempre sono molto legato all'oratorio di Trescore B.
L'amico Gigi Mutti mi ha mandato questo articolo pubblicato su L'ECO DI BERGAMO.
Lo posto volentieri, poiché da sempre sono molto legato all'oratorio di Trescore B.
Ci sono viaggi che si trasformano in missioni. La voglia di avventura può diventare testimonianza di fede, l’adrenalina di un giro intorno al mondo in sella a una moto, simbolo di pace, cuori che battono sotto la divisa, esempio di fraternità e amore per il prossimo. Solidarietà e fede convivono con la voglia di viaggiare nella storia di MotoForPeace ETS (Ente Terzo Settore). L’associazione, costituita da appartenenti alla Polizia di Stato, all’Arma dei Carabinieri, alla Guardia di Finanza e ad altre Forze dell’ordine estere, con sede a Roma, ha festeggiato i 25 anni di attività. È nata, infatti, nel 2001 da un desiderio: unire alla passione per i viaggi la solidarietà; aiutare chi è meno fortunato, scrutando intanto l’orizzonte in sella a una moto.
E così, in principio fu Peace for the People, un anno dopo divenuto MotoForPeace, con l’obiettivo di realizzare attività di soccorso umanitario e di diffondere la conoscenza delle differenti culture del mondo e dei bisogni dei popoli, attraverso spedizioni motociclistiche in diversi Paesi in via di sviluppo o colpiti da guerre e devastazioni, in Asia, Medio Oriente, Africa e America Latina. Ogni viaggio in giro per il mondo, rigorosamente in moto, ha l’obiettivo di raccogliere fondi da destinare ad attività di solidarietà.
Diverse le iniziative sostenute negli anni. Solo per ricordare i progetti più famosi, sono stati raccolti fondi per la ristrutturazione di una casa di accoglienza in Bolivia e per la copertura delle spese mediche per bambini in Honduras; sono state donate 10 moto equipaggiate per il pronto soccorso ai medici del distretto sanitario di Kavre (Nepal) per poter raggiungere i pazienti nei villaggi più remoti del Paese, e 3 ambulanze completamente equipaggiate, materiale sanitario e didattico a due ong impegnate nell’assistenza ai disabili ad Aleppo e Damasco. Ancora, l’associazione ha sostenuto una raccolta fondi a favore di Charity China Foundation per le vittime del disastroso terremoto che nel 2008 ha colpito la regione del Sichuan, supportato un progetto avviato da COOPI per migliorare le condizioni di vita di donne e bambini nella comunità di Belojeganfoy in Etiopia, donato materiale logistico e sanitario a favore dell’organizzazione spagnola «Selva Camerun», che opera a Bakou, Camerun. Numerosi i riconoscimenti attribuiti all’associazione dalle più alte istituzioni italiane: MotoForPeace ha ricevuto 10 medaglie dal presidente della Repubblica come suo premio di rappresentanza, un riconoscimento dal rappresentante delle Nazioni Unite dell’Area Balcanica nel 2012.
In viaggio in sella a una moto, dunque, per beneficenza. La storia di MotoForPeace è un racconto di spedizioni racchiuse in un album di volti, popoli, paesaggi, è una mappa, con i chilometri macinati sulle due ruote su strade polverose, il diario di bordo di tanti cuori che battono al ritmo della solidarietà, della fratellanza tra i popoli, della pace.
Una storia pronta ad arricchirsi di un nuovo capitolo: all’inizio di giugno, infatti, un gruppo di motociclisti dell’associazione partirà da Trieste per raggiungere Ulanbataar, in Mongolia, con l’obiettivo di sostenere i progetti della ong ASIA, attiva sul territorio mongolo in ambito educativo e sociale, e per portare un messaggio di pace e solidarietà. I motociclisti giungeranno in Turchia e da Mersin attraverseranno tutta l’Asia Centrale, in particolare Georgia, Uzbekistan, Kazakhstan, Russia, per arrivare a destinazione. Questa missione non è solo un viaggio avventuroso ma è un percorso di solidarietà, cultura e incontro, dove ogni chilometro attraversato contribuisce a portare risorse e visibilità a progetti che cambiano concretamente la vita delle comunità locali.
Spiega Bernardo Lepore, sovrintendente capo coordinatore della Polizia di Stato in quiescenza, presidente di MotoForPeace ETS: «Quali membri di Forze di polizia italiane ed europee, l’orgoglio di indossare le nostre uniformi si accompagna al desiderio di essere ambasciatori di pace e solidarietà nel mondo. Abbiamo tra gli obiettivi quello di far incontrare le diverse culture e di favorire relazioni che aiutino il dialogo e il vivere in pace e in armonia. MotoForPeace realizza progetti di sviluppo locale, attraverso la sensibilizzazione della società civile e la raccolta di fondi necessari all’attuazione di questi programmi». Per tale motivo, prosegue Lepore, «nel giugno di quest’anno realizzeremo una nuova missione in Mongolia a favore della ong ASIA. In Mongolia, ASIA dal 2016 è al fianco delle comunità nomadi e rurali che abitano le vaste steppe del Paese. In un contesto segnato da un clima sempre più ostile, con fenomeni estremi come il dzud (fenomeno climatico che consiste in un’estate molto secca seguita da un inverno freddissimo, ndr), che compromettono la sopravvivenza degli animali e delle famiglie, l’intervento di ASIA ha posto al centro la sostenibilità dei modelli di vita tradizionale e la valorizzazione della biodiversità, con progetti di educazione, formazione e microimpresa, sviluppo sostenibile e sicurezza alimentare. Con questa missione, MotoForPeace sosterrà alcune scuole della periferia di Ulanbataar in cui ASIA è impegnata nel contrasto alla malnutrizione e nel miglioramento delle condizioni economiche degli abitanti. In particolare, gli aiuti saranno destinati a tre scuole nel Distretto di Songino Khairkhan e tre nel Distretto di Bayanzurkh».
Il tragitto complessivo del viaggio sarà piuttosto lungo, spiega ancora il presidente, infatti «avrà una durata di circa 45 giorni, e il team sarà costituito da 13 persone tra cui elementi della Polizia di Stato, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e membri della Polizia spagnola e turca. Verranno utilizzate 11 motociclette e un van di supporto logistico. La manifestazione ha ottenuto il patrocinio del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati».
Ma nella storia di MotoForPeace, a un certo punto il viaggio si è trasformato in testimonianza di fede e i motociclisti hanno maturato il desiderio di diventare strumenti dell’amore di Dio in luoghi lontani e con popoli diversi. Insieme alla solidarietà si è fatta strada una ricerca spirituale, che ha dato vita al progetto «Anonimi della Fede», dedicato ai religiosi cattolici che operano silenziosamente nel mondo, periodicamente riproposto, in forme diverse, dalla onlus romana, in collaborazione con il Celam (la Conferenza episcopale latinoamericana) e con il Dicastero per lo Sviluppo umano integrale della Santa Sede. Nel 2018 la missione ha interessato Repubblica Sudafricana, Angola, Zimbabwe, Botswana; nel 2020 e nel 2023, Cile, Argentina, Paraguay, Bolivia.
È sempre il presidente di MotoForPeace, Bernardo Lepore, a spiegare chi sono gli anonimi della fede: «Il missionario è spesso l’unica fonte di speranza per i popoli bisognosi che abitano nei Paesi in via di sviluppo. Viaggiando per il mondo abbiamo visto una Chiesa semplice e pulita, lontana dagli scandali, conosciuto preti e suore che vivono in zone pericolose e donano ogni giorno la propria vita per il prossimo senza chiedere nulla in cambio e così abbiamo pensato di dar vita a questo progetto, per sostenere i missionari cattolici che operano in varie zone del Mondo». Per informazioni www.motoforpeace.it.
Sorriso magnetico, voce d’usignolo, un borsone da cui estrarre le cose più improbabili e un ombrello per planare nel cielo blu. Alzi la mano chi non ha mai sognato di avere una babysitter così. Era il 1964 quando Julie Andrews interpretava la mitica Mary Poppins nel lungometraggio Disney che ha accompagnato intere generazioni. All’epoca la tata più magica dello schermo atterrava nel giardino di una villetta londinese per aiutare una benestante famiglia, composta da padre, madre e due figli, a ritrovare l’armonia e il dialogo. Sì, perché avere una tata negli anni ’60 era un lusso per pochi. Ma oggi, a distanza di sessantadue anni, le cose sono cambiate...
Quella della babysitter – complici i ritmi di lavoro e i mille impegni di mamme e papà – è diventata oggi una figura indispensabile per gran parte delle famiglie, anche quelle che possono contare sui nonni e su contratti di lavoro part-time. Facciamo quattro conti. Solo per accompagnare i bambini a scuola e andarli a riprendere ci vogliono in media (traffico permettendo) due pause da trenta minuti. Aggiungiamo il tempo dei trasferimenti per portare i figli a catechismo, a fare attività fisica, a casa del compagno di classe... più le ore spese ad aiutarli a fare i compiti, a leggere o anche solo a controllare che non combinino guai, ed ecco che a mamma e papà servirebbero ore da 120 minuti per riuscire a fare tutto. Fortuna che le babysitter esistono, viene da dire. Ma allora come mai, se guardiamo l’ultima Indagine dell’Osservatorio Domina 2025, solo il 7,7% dei lavoratori domestici assunti in Italia è inquadrato come babysitter (contro il 38,3% di badanti per non autosufficienti, il 36,7% di colf e il 16,3% di badanti per autosufficienti)? Se è vero, come riporta l’Istat, che già nel 2022 il tasso di irregolarità medio in Italia riferito al lavoro domestico superava il 47%, c’è da credere che quel 7,7% di lavoratrici in regola sia solo la punta dell’iceberg, per quanto non esista ancora un censimento ufficiale della categoria.
A dedicare di recente un report alle babysitter è stato il Censis, su richiesta di Assindatcolf, l’Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico. Stando, dunque, al 2° report del programma Welfare familiare e valore sociale del lavoro domestico in Italia, la babysitter è una persona nel 47,8% dei casi italiana, che lavora prevalentemente su base oraria (86,1%), assunta dalle famiglie per conciliare impegni professionali e familiari (55,8%), ma anche per sopperire alla mancanza di un supporto familiare adeguato (39,8%), a un costo mensile pari a 750 euro in media per famiglia, costo peraltro considerato sostenibile solo dal 57,9% dei genitori e solo parzialmente dal 41,2% di essi. Una professione dunque che, incrociando i dati dell’Osservatorio Domina con quelli diffusi dall’Osservatorio sul lavoro domestico dell’INPS (secondo cui nel 2024 i lavoratori domestici regolari con almeno un contributo versato sono stati 817.403), conterebbe circa 50mila lavoratrici in regola.
«Questo numero – spiega Andrea Zini, presidente di Assindatcolf – nei prossimi anni potrebbe crescere, non tanto per effetto delle nascite (a livelli molto bassi), quanto grazie alle novità introdotte dal Decreto flussi 2026. Il provvedimento, che consente ai cittadini non comunitari di entrare in Italia per motivi di lavoro, ha infatti previsto un canale “extra” rispetto alle quote ordinarie, dedicato anche all’assistenza ai bambini under 6. È possibile accedervi durante tutto l’anno e senza passare per il click day. Con molta probabilità gli effetti di questa misura si potranno valutare soprattutto alla fine del triennio 2026-2028, considerando anche i tempi di lavorazione delle pratiche, che sono piuttosto lunghi». Finora però, continua Zini, almeno negli ultimi anni, «la domanda di babysitter è rimasta abbastanza stabile, con variazioni legate soprattutto alla struttura delle famiglie e ai tassi di occupazione femminile».
A penalizzare la categoria è, a detta del presidente di Assindatcolf, una reputazione controversa... Dalla survey Assindatcolf-Censis 2026 sulla social reputation del lavoro domestico apprendiamo che «le babysitter sono generalmente apprezzate per il loro ruolo educativo, relazionale e di cura. La maggioranza degli italiani, tuttavia, ritiene che questo lavoro domestico venga svolto spesso per mancanza di alternative occupazionali, piuttosto che come scelta professionale. Solo una minoranza lo considera una professione scelta consapevolmente, mentre una parte degli intervistati lo interpreta come un lavoro temporaneo o di transizione. Questo significa che, pur essendo una figura molto utile e riconosciuta dalle famiglie, la babysitter – così come altre mansioni del lavoro domestico – è percepita come non sempre pienamente professionalizzata, con livelli di formazione ed esperienza molto variabili».
E non finisce qui. Nonostante l’ultimo aggiornamento del Contratto collettivo nazionale del lavoro domestico, entrato in vigore lo scorso 1° novembre, che ha previsto adeguamenti delle retribuzioni minime, oltre a rafforzare alcune tutele relative a ferie, permessi e condizioni di lavoro, «le retribuzioni» per le babysitter «restano basse e il settore soffre della mancanza di incentivi e agevolazioni fiscali». «A questo si aggiungono altre difficoltà segnalate dalle famiglie, come la ricerca di persone affidabili, con esperienza e disponibili a orari flessibili. In assoluto – precisa Andrea Zini – manca la disponibilità a lavorare in regime di convivenza». E, più in generale, «esiste una carenza strutturale di manodopera» che crea a cascata un difficile incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Proprio in risposta a queste dinamiche e alla motivata diffidenza che ne consegue, anche a fronte dello sviluppo di piattaforme online dedicate al matching tra famiglie e lavoratrici, «nella pratica il passaparola resta lo strumento più utilizzato – conclude il presidente –. È un metodo tradizionale, ma ancora percepito come il più efficace per ottenere un primo livello di affidabilità in un contesto in cui la selezione avverrebbe spesso senza referenze strutturate o curricula formali. Proprio per questo, il processo di inserimento passa frequentemente da una fase di prova iniziale, prevista e regolata dal CCNL, che consente alle famiglie di verificare direttamente l’idoneità e l’affidabilità della collaboratrice prima dell’instaurazione di un rapporto stabile».
Dimenticate la classica studentessa senza titoli che si guadagnava la paghetta badando ai bambini del vicino di casa. Viste le richieste e le necessità delle famiglie di oggi, il futuro della babysitter profuma di professionalità ed esperienza. Lo sa bene Serena Mestre, che intorno a questo mestiere ha costruito un’agenzia di servizi per le famiglie con sede a Noventa di Piave (VE), ma attiva in tutto il Nordest, da Trieste a Milano, attraverso un centinaio di collaboratrici dai 18 ai 70 anni, tra tate (bambinaie fisse), babysitter a chiamata, educatrici, tutor per i compiti, animatrici di centri estivi, alberghi, matrimoni, compleanni, e così via. «L’idea nacque nel 2008 mentre mi occupavo di formazione e consulenza per la prima infanzia a Milano e a Roma – ricorda l’imprenditrice –. All’epoca le agenzie di babysitting erano una realtà consolidata solo nelle grandi città. Pensai: perché non crearne una in Veneto?».
E così nel 2010 apre «Non solo tata» (https://nonsolotata.it). Già il titolo e il logo (una Mary Poppins che tiene in mano dei palloncini) la dicono lunga sulle colonne portanti dell’attività: «Babysitting e divertimento». Un binomio vincente che, anno dopo anno, porta Serena ad ampliare sempre più gli orizzonti, geografici e non solo. «Il lavoro è progressivamente cresciuto e si è differenziato. Privati a parte, oggi lavoriamo molto anche con le aziende, specie nel campo della moda». Il segreto per restare a galla? «Essere sempre sul pezzo – risponde Serena –! Oggi le famiglie e i lavoratori sono molto cambiati rispetto a dieci anni fa. In particolare, il recruitment si è fatto sempre più difficile: spesso incontro giovani senza obiettivi, poco motivati e che già al primo colloquio mettono paletti. Ecco perché mi trovo bene a lavorare con le over 40. Anche se certe “super tate” anziane piene di esperienza non le batte nessuno!».
Età a parte, a definire il valore di una babysitter, secondo Mestre, è anzitutto la professionalità di una persona, quel bagaglio di preparazione e propensione naturale, esperienza e referenze che fa la differenza. «Il mondo delle babysitter oggi è una giungla – avverte l’imprenditrice –. Purtroppo la Regione Veneto non prevede linee guida per i servizi domiciliari, nello specifico per la categoria delle babysitter, pertanto paradossalmente non è richiesta alcuna formazione per svolgere questo mestiere. Come se non bastasse, non esiste nemmeno un database ufficiale a cui le famiglie possano accedere» (portali come Babysits.it, fondato nel 2008 nei Paesi Bassi da un papà, Peter van Soldt, sono servizi web non collegati alle realtà del territorio quali comuni e province).
In questo scenario dominato da un forte turn over, si può incappare in babysitter occasionali e poco preparate, o in professioniste con lauree e corsi alle spalle. Ecco dunque l’importanza di un’agenzia che sappia scremare e indirizzare, che garantisca prezzi concorrenziali (il mercato è molto variegato, si può andare dalle 10 euro all’ora fino ai 3-4 mila euro mensili, in una grande città, per una educatrice super titolata) e che offra un servizio il più possibile alla portata di tutti. «Di recente abbiamo aderito a un progetto finanziato dall’Ulss di Portogruaro, che coinvolge i comuni da Latisana a Cavallino. Obiettivo: rendere disponibili babysitter e tatataxi per alcune selezionate famiglie con fragilità». Un piccolo grande segno per ricordare come – al di là delle risorse economiche e dei problemi di salute – ogni famiglia con figli piccoli dovrebbe poter contare su un aiuto concreto. Se poi questo supporto indossa una gonnellona e si chiama Mary… non resta che intonare «Supercalifragilistichespiralidoso»!
Sono le 13:30 e tra circa due ore ciato mi passerà a prendere per andare a calco per la semifinale di coppa Lombardia.
ieri sera marco, il capitano, è passato da casa mia per sapere come stavo ma penso anche per sapere se desideravo vedere questa partita.
Ho manifestato il mio ardente desiderio di andare a calco, ma Rosaria mi ha "stoppato" subito.
Infatti sto attraversando un periodo critico dal lato fisico e da quello mentale.
Stamattina mi telefona ciato e mi chiede se voglio andare con lui a calco. Alla telefonata assiste anche Rosaria, che mi accorda il permesso. Dovete sapere che sto' curando con antibiotici anche una bronchite.
Nell'attesa entro nella cartella COLLETTIVO CONFUSIONE e vedo che i miei primi contatti con la squadra risalgono al campionato 2016/17.
Sono passati bel 9 anni, che purtroppo hanno stravolto la mia vita.
Pubblico due foto della squadra di quel campionato.
Non so il motivo di questa pubblicazione. Ultimamente faccio cose di cui poi mi pento.
Però vedo con piacere che alcuni di questi giocatori saranno in campo anche stasera, dopo nove lunghi anni, nei quali mi hanno regalato emozioni che ora mi aiutano a sopportare meglio le mie tribolazioni.
Io spero che questo post sia di buon augurio, ma non "sparatemi addosso" se ho sbagliato ancora: la mia intenzione era buona.
Sergio Finazzi
La lesione del crociato anteriore è un vero e proprio spauracchio degli atleti: è frequente negli sport che richiedono cambi di direzione rapidi e salti, come nel calcio, ed è spesso seguita da un intervento chirurgico e da lunghi mesi lontano dal campo. Nei calciatori professionisti l’incidenza stagionale può raggiungere il 3-4%, con una media di quasi mezzo caso per squadra ogni anno, con infortuni che si verificano soprattutto durante le partite. Nonostante il lungo periodo di riabilitazione, solo una parte degli atleti torna al livello precedente all’infortunio (circa il 55-60%), e un rientro affrettato o senza adeguata preparazione espone a un rischio elevato di nuove lesioni: infatti, circa 1/3 dei giocatori incorre in una recidiva dopo il ritorno allo sport.
La lesione del LCA avviene nella maggior parte dei casi senza un contatto diretto con l’avversario: il piede rimane fissato al terreno mentre il ginocchio si trova in una posizione di valgismo dinamico abbinato ad una rotazione interna di tibia, come durante un cambio di direzione, o l’atterraggio da un salto. In quell’istante, molti giocatori riferiscono un suono simile ad un “pop”, seguito da un dolore immediato. Il ginocchio si gonfia rapidamente e il carico diventa difficoltoso proprio a causa dell’intensità del dolore. La diagnosi viene successivamente confermata dalla positività di test clinici, quali il cassetto anteriore, il Lachman e il pivot shift test, supportati dalla risonanza magnetica.
Le lesioni del LCA possono essere trattate in modo conservativo o chirurgico. La gestione conservativa è indicata per pazienti con buona stabilità attiva, assenza di lesioni associate e forza muscolare adeguata, ed ha come obiettivi il recupero della stabilità, del ROM e della propriocezione. La ricostruzione chirurgica è consigliata in caso di instabilità o attività sportiva intensa, con scelta del tipo di innesto tendineo tra BPTB (tendine rotuleo), tendine quadricipitale, semitendinoso/gracile e allograft, in base alle caratteristiche del paziente. Nei soggetti più giovani si ricorre frequentemente alla ricostruzione chirurgica per ridurre le potenziali complicanze legate all’infortunio, come instabilità del ginocchio, degenerazione precoce dei menischi e della cartilagine con possibile evoluzione artrosica.
La riabilitazione si articola in diverse fasi, ciascuna caratterizzata da obiettivi specifici e criteri di progressione differenti propedeutici per passare alla fase successiva: riabilitazione preoperatoria, fase precoce-iniziale, fase intermedia, fase avanzata, ritorno allo sport (RTS) e prevenzione secondaria. Si inizia già nei primi giorni postintervento, con una limitazione del carico utile per preservare l’innesto chirurgico in via di maturazione (spesso con l’utilizzo di un tutore), e attivazioni muscolari blande per contrastare la perdita di tono muscolare. Inizialmente si cerca di recuperare l’articolarità del ginocchio, successivamente gli esercizi aumentano progressivamente di difficoltà, con l’obiettivo di recuperare la forza dell’intero arto inferiore. Solo quando forza, mobilità e stabilità sono adeguatamente ristabilite si possono reintrodurre corsa, salti e gesti tecnici sport specifici. Non esistono scorciatoie: per tornare al livello di attività precedente all’infortunio servono mediamente nove mesi di riabilitazione, perché il nuovo legamento ha bisogno di tempo per consolidarsi e un rientro precoce aumenta significativamente il rischio di una recidiva o di altri infortuni.
Non è sufficiente affidarsi al criterio temporale, né esistono esami strumentali in grado di verificare la prontezza dell’atleta per il ritorno in campo: la decisione dipende da valutazioni cliniche e test funzionali. È essenziale verificare che i muscoli dell’arto operato, soprattutto quadricipite e ischio-crurali, abbiano recuperato almeno il 90% della forza rispetto alla gamba sana. Anche il ROM del ginocchio deve essere completo e libero da dolore o limitazioni, senza gonfiore o irritazione articolare. Vengono poi eseguiti test funzionali in campo o in palestra, come salti monopodalici, test di agilità e cambi di direzione. Se i risultati dell’arto infortunato sono sovrapponibili a quelli dell’arto sano e ai valori pre-infortunio, il giocatore può essere gradualmente reinserito in squadra. Inoltre, è importante considerare anche la prontezza psicologica dell’atleta, valutabile con questionari validati come l’ACL-RSI. Il rinforzo muscolare, insieme a esercizi di equilibrio, propriocezione e controllo neuromuscolare, vanno mantenuti anche in seguito al ritorno allo sport, in quanto riducono il rischio di recidive e di nuovi infortuni, migliorando la stabilità e la reattività del ginocchio.
Il recupero da una lesione del LCA trova nella fisioterapia un cardine essenziale, perché guida ogni fase del percorso riabilitativo attraverso obiettivi e progressioni mirate. Un intervento precoce e continuativo, dalla fase preoperatoria ai giorni immediatamente successivi all’intervento, fino al ritorno in campo controllato, riduce in modo significativo il rischio di nuove lesioni. Con un approccio attivo, consapevole e supportato da professionisti competenti è possibile tornare a praticare il proprio sport in sicurezza.