Aggiungere
vita ai giorni
“Aggiungere vita ai
giorni, non giorni alla vita”.
E’ una frase di Rita Levi di Montalcino,
una delle più grandi neurologhe italiane del XX secolo, unica donna italiana a
vincere il premio Nobel per la scienza, nominata nel 2001 senatrice a vita.
Potrei parafrasare così questa frase
diventata famosa: non è tanto importante vivere a lungo, quanto piuttosto
vivere intensamente e in pienezza ogni giorno.
Se poi le due possibilità si combinano
insieme, molto meglio, come è capitato a lei che ha vissuto per la bellezza di
103 anni essendo nata a Torino nel 1909 e morta a Roma il 30 Dicembre del 2012.
Significativa questa data del penultimo giorno dell’anno quasi a significare
che ha vissuto pienamente il suo tempo fino alla fine.
Nella cultura biblica dell’Antico
Testamento, vivere a lungo era segno della benedizione di Dio.
Nei testi più antichi che riguardano la
vita dei Patriarchi, quando non era stato ancora rivelato il destino di Vita
eterna in Paradiso che Dio riserva a quanti si lasciano amare da Lui, il premio
al quale ambivano i fedeli era quello di vivere a lungo dopo aver generato figli
e figlie e aver vissuto una felice vecchiaia (cfr. Gen. 25, 7-8).
L’istinto di sopravvivenza che c’è in
ognuno di noi ci porta ad esorcizzare la morte. Non vorremmo mai morire.
Vorremmo vivere sempre. Però, paradossalmente, abbiamo paura di invecchiare,
scoraggiati anche dalla testimonianza negativa di quegli anziani che sono
soliti confidare a figli, nipoti e conoscenti “come è brutto invecchiare”.
La paura di una vecchiaia triste,
vissuta nella solitudine e nell’abbandono oltre che nella fragilità e nella
malattia, offusca il desiderio di una vita lunga.
Vorremmo vivere sempre, ma restare
sempre giovani, efficienti e in piena salute.
Nell’alternativa tra una vita breve ma
intensa, vissuta al meglio delle possibilità, e una vita lunga e scialba, ricca
soltanto di vuoto e di inedia, certamente è meglio la prima; ma se si vuol
puntare sulla soluzione migliore, allora è quella di una vita vissuta il più a
lungo possibile, valorizzando tutte le opportunità che la vita stessa offre nello
svolgere degli anni.
Il che equivale a dire: quando si è
bambini vivere in pienezza la condizione di bambini, con la fantasia e la
semplicità dei bambini, senza essere forzati ad essere ometti o donnine
precoci; quando si è adolescenti valorizzare lo slancio, l’entusiasmo, e le
profonde emozioniche quell’età porta con sé; quando si è giovani puntare a
realizzare quei progetti a lunga scadenza che sono indispensabili per dare
stabilità alla vita; quando si è adulti affrontare con decisione, con coraggio
e senso di responsabilità gli impegni e gli imprevisti che la vita presenta;
quando si è anziani con meno energie fisiche ma con più carico di esperienza,
coltivare e approfondire quell’interiorità e quella vita dello spirito che sa
dare senso al passato e al presente, e sa aprire orizzonti di senso e di
speranza per il futuro.
Tutta la vita nei suoi vari passaggi
offre delle novità che la rendono preziosa anche quando dalla cultura
dell’efficienza è considerata inutile perché improduttiva, anzi, addirittura
dannosa in quanto diventa un peso per la società.
“Aggiungere vita ai
giorni” perciò, sì, ma non in forma
restrittiva quanto al numero dei giorni, ma in forma continuativa, cioè, per
tutta la durata della vita il cui limite non è fissato da Dio, ma dalla
responsabilità personale di ognuno intrecciata con quella collettiva della
società. Dio non è geloso se arriviamo a 150 anni, anzi, penso che sia
felicissimo perché vede valorizzato il suo dono. Da parte sua non può che
incoraggiarci e sostenerci perché possiamo riempire di senso e di bellezza
questo immenso patrimonio che è la Vita.
don Camillo

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