Foresto Sparso, 08/09/26
Non c’è strada che porti alla felicità…
“Non c’è strada che porti alla felicità: la felicità è la strada”.
E’ una frase di Siddhartha Gautama, un
principe indiano vissuto tra il VI-V secolo a. C., che a 29 anni, colpito dalla
sofferenza dell’umanità, intraprende la strada della filosofia e della mistica
alla ricerca della felicità fino a che riceve un’illuminazione che gli meriterà
il titolo di Budda (= l’Illuminato). Scopre che la felicità sta nell’assoluto
annullamento di ogni desiderio, di ogni passione, di ogni sentimento; cioè
nell’assoluto distacco da tutto e da tutti.
Dà inizio così a quel movimento
mistico-filosofico che è il Buddismo.
Per certi aspetti la sua intuizione
prepara la strada a quello che cinque secoli più tardi proclamerà Gesù sul
monte delle beatitudini, e a quello che, sempre Gesù, dirà al giovane ricco che
gli domanda che cosa deve fare di buono per avere la vita eterna. Gesù gli
risponde che per avere la vita eterna basta osservare i comandamenti; ma se vuol
essere perfetto deve vendere tutto quello che ha, darlo ai poveri e poi mettersi
al suo seguito (cfr. Mt. 19,16-22). E’ l’invito alla povertà assoluta che non
riguarda solo l’aspetto economico, ma anche e soprattutto quel po’ po’ di
presunzione, di ambizione, di superbia, di narcisismo, di arroganza, di
ingordigia… che ci fa credere di essere assoluti e padroni della vita e del
mondo.
In sintonia con il Budda, Gesù insegna
che la vera felicità sta nel percorrere la via dell’assoluta povertà.
Ma, se per il Budda la felicità si
riduce all’assenza di ogni desiderio e di ogni ambizione (atarassia) e perciò
l’impegno per raggiungere la povertà assoluta e il distacco da tutto e da tutti
si ferma a questo stadio di padronanza assoluta su tutto ciò che può portare
turbamento e sofferenza, per Gesù la felicità (beatitudine) è la condizione di
chi, per il fatto di essersi distaccato da tutto e da tutti, si rende
disponibile ad accogliere la Parola di Dio e lo Spirito che aiuta a comprenderla
in profondità e ad amarla con intensità al punto che Essa stessa diventa la
ragione della gioia. Non solo. Mentre per il Budda la
felicità si identifica con la povertà assoluta che, quando è perfetta, conduce
al Nirvana che è la condizione nella quale viene posta fine alla sofferenza e
al ciclo delle rinascite dopo la morte, per Gesù la felicità, oltre che ad
essere la condizione del discepolo che segue in tutto le orme del Maestro nella
vita terrena(vedi ad esempio la gioia di S. Francesco, il poverello d’Assisi,
che sfocia nel Cantico delle creature), è anche la condizione che verrà
raggiunta in pienezza alla fine, quando con la morte saremo introdotti nella
piena comunione con Dio che è la sorgente della gioia, capace di interagire con
Lui e di contemplarlo a faccia a faccia.
Perciò, alla luce del Vangelo, io
modificherei così la frase del Budda: “Gesù è la
strada gioiosa che porta alla pienezza della gioia nella vita eterna”.
Affermare che Gesù è la strada
gioiosa non è in contraddizione con quello che Gesù ha detto: “Chi vuol
venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi
segua” (cfr. Mt. 16,24-25). La croce di cui parla Gesù non è fine a se stessa
per soffrire, ma è la fatica necessaria per liberarci da tutto quello che ci
impedisce di seguirlo con gioia verso la pienezza della gioia.
La Fede promossa in noi dallo Spirito e
alimentata dalla Grazia dei Sacramenti non può essere che gioiosa sia nel suo
percorso, sia nella sua meta finale.
Papa Francesco ha detto in un suo discorso: “Un cristiano triste è un triste cristiano”. Espressione che condivido in pieno. Chi pensa che il cristianesimo sia la Religione della sofferenza e della rinuncia non ha capito niente del Vangelo che è Lieta Notizia, e che io sono felice di custodire come la Mappa preziosa del mio cammino… anche se non sempre riesco a seguirla alla lettera, perché la tentazione delle scorciatoie è sempre attuale… ma con la Mappa disponibile c’è sempre la possibilità di rimettersi sulla giusta carreggiata.
don Camillo

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