sabato 12 settembre 2026

DON CAMILLO. Non c'è strada che porti alla felicità

 




Foresto Sparso,  08/09/26


Non c’è strada che porti alla felicità


“Non c’è strada che porti alla felicità: la felicità è la strada”.

E’ una frase di Siddhartha Gautama, un principe indiano vissuto tra il VI-V secolo a. C., che a 29 anni, colpito dalla sofferenza dell’umanità, intraprende la strada della filosofia e della mistica alla ricerca della felicità fino a che riceve un’illuminazione che gli meriterà il titolo di Budda (= l’Illuminato). Scopre che la felicità sta nell’assoluto annullamento di ogni desiderio, di ogni passione, di ogni sentimento; cioè nell’assoluto distacco da tutto e da tutti.
Dà inizio così a quel movimento mistico-filosofico che è il Buddismo.

Per certi aspetti la sua intuizione prepara la strada a quello che cinque secoli più tardi proclamerà Gesù sul monte delle beatitudini, e a quello che, sempre Gesù, dirà al giovane ricco che gli domanda che cosa deve fare di buono per avere la vita eterna. Gesù gli risponde che per avere la vita eterna basta osservare i comandamenti; ma se vuol essere perfetto deve vendere tutto quello che ha, darlo ai poveri e poi mettersi al suo seguito (cfr. Mt. 19,16-22). E’ l’invito alla povertà assoluta che non riguarda solo l’aspetto economico, ma anche e soprattutto quel po’ po’ di presunzione, di ambizione, di superbia, di narcisismo, di arroganza, di ingordigia… che ci fa credere di essere assoluti e padroni della vita e del mondo.

In sintonia con il Budda, Gesù insegna che la vera felicità sta nel percorrere la via dell’assoluta povertà.
Ma, se per il Budda la felicità si riduce all’assenza di ogni desiderio e di ogni ambizione (atarassia) e perciò l’impegno per raggiungere la povertà assoluta e il distacco da tutto e da tutti si ferma a questo stadio di padronanza assoluta su tutto ciò che può portare turbamento e sofferenza, per Gesù la felicità (beatitudine) è la condizione di chi, per il fatto di essersi distaccato da tutto e da tutti, si rende disponibile ad accogliere la Parola di Dio e lo Spirito che aiuta a comprenderla in profondità e ad amarla con intensità al punto che Essa stessa diventa la ragione della gioia. Non solo. Mentre per il Budda la felicità si identifica con la povertà assoluta che, quando è perfetta, conduce al Nirvana che è la condizione nella quale viene posta fine alla sofferenza e al ciclo delle rinascite dopo la morte, per Gesù la felicità, oltre che ad essere la condizione del discepolo che segue in tutto le orme del Maestro nella vita terrena(vedi ad esempio la gioia di S. Francesco, il poverello d’Assisi, che sfocia nel Cantico delle creature), è anche la condizione che verrà raggiunta in pienezza alla fine, quando con la morte saremo introdotti nella piena comunione con Dio che è la sorgente della gioia, capace di interagire con Lui e di contemplarlo a faccia a faccia.

Perciò, alla luce del Vangelo, io modificherei così la frase del Budda: “Gesù è la strada gioiosa che porta alla pienezza della gioia nella vita eterna”.

Affermare che Gesù è la strada gioiosa non è in contraddizione con quello che Gesù ha detto: “Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua” (cfr. Mt. 16,24-25). La croce di cui parla Gesù non è fine a se stessa per soffrire, ma è la fatica necessaria per liberarci da tutto quello che ci impedisce di seguirlo con gioia verso la pienezza della gioia.

La Fede promossa in noi dallo Spirito e alimentata dalla Grazia dei Sacramenti non può essere che gioiosa sia nel suo percorso, sia nella sua meta finale.

Papa Francesco ha detto in un suo discorso: “Un cristiano triste è un triste cristiano”. Espressione che condivido in pieno. Chi pensa che il cristianesimo sia la Religione della sofferenza e della rinuncia non ha capito niente del Vangelo che è Lieta Notizia, e che io sono felice di custodire come la Mappa preziosa del mio cammino… anche se non sempre riesco a seguirla alla lettera, perché la tentazione delle scorciatoie è sempre attuale… ma con la Mappa disponibile c’è sempre la possibilità di rimettersi sulla giusta carreggiata. 


                          don Camillo

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