mercoledì 12 agosto 2020

RES PUBLICA. Immaginare l'Italia del futuro

 

FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" luglio-agosto 2020.

Articolo: "Immaginare l'Italia del futuro" di RITANNA ARMENI.


I soldi ci sono. Non tanti quanti ne occorrebbero per il rilancio di un'economia dissestata. Non tutti nei tempi necessari per intervenire tempestivamente. Sottoposti a regole precise e probabilmente non del tutto adeguate ai nostri desiderata. Ma ci sono. 
Al governo, alla classe politica ora il compito di spenderli bene. Di usarli davvero per il rilancio del Paese, per uscire dalla crisi, per rendere più sicura la vita di tanti e di tante.
I dati sul Pil e le previsioni della Banca centrale sono davvero allarmanti. Il Prodotto interno lordo si ridurrà nel 2020 di un 9 per cento che potrebbe diventare il 13 nel caso di una ripresa della pandemia in autunno. Il debito pubblico sul Pil potrebbe salire al 160 per cento. E qui comincia il probema.
Come si spendono questi soldi faticosamente trattati e raggiunti? Con quali priorità? A quale fine? Quali degli antichi errori è bene evitare? Quali nuovi comportamenti devono essere praticati? E' necessario fare alcune premesse.
Il denaro che l'Europa elargirà non è un regalo. In parte (cospicua) sono risorse che ogni Paese, quindi anche l'Italia, ha versato e che ci vengono restituiti. Soldi che i cittadini italiani hanno versato attraverso le tasse e che dovranno, in buona parte, essere a loro volta restituiti. Si tratta di un debito che contraiamo e che va onorato. Se questo non accadesse, al di là delle regole e dei dettami europei, per l'Italia sarebbe davvero la catastrofe, significherebbe l'assoggettamento a economie più forti e probabilmente spietate. In poche parole sul modo in cui si spendono i miliardi si giocano le sorti del Paese, quel che saprà o potrà essere nei prossimi anni. Con un rischio che non è esagerato definire mortale.
Il dibattito appena avviato non è di buon auspicio. I partiti sembrano più intenzionati a seguire i propri interessi elettorali che quelli più generali, le ricette appaiono sempre le stesse: assistenzialismo ai redditi più deboli, riduzione delle tasse non meglio specificata, incentivi e sostegno alle imprese, economia green.
Soluzioni che prima che essere sbagliate (alcune possono anche essere giuste) sono parziali ed eludono il problema centrale. Non si possono disperdere i fondi raggiunti con una faticosa trattativa in  mille rivoli. Il Paese ha bisogno di un progetto generale d'investimenti, di una visione d'insieme, di un rilancio che riguarda tutti, proprio tutti, i settori economici e sociali, che risponda alla domanda cruciale: quale lavoro, quale futuro per i giovani? Non si tratta di agevolare questa o quella parte sociale, né di incentivare questo settore o quell'altro.
Si tratta di approfittare della possibilità che l'Europa offre per ricostruire un Paese la cui economia è in gran parte distrutta o poco concorrenziale. Di riparare alle ingiustizie e alle diseguaglianze già profonde e che la pandemia ha acuito. Si tratta, in poche parole, di immaginare l'Italia del futuro. E il ruolo e la responsabilità che lo Stato deve assumersi nella sua costruzione. Non è poco ma è ineludibile.

I RACCONTI DI QUADRIFOGLIO. Riflessioni durante il coronavirus

Avevo promesso che ogni mese provavo a scrivere qualcosa che nel corso della mia vita mi aveva emozionato o insegnato qualcosa che ne valesse la pena raccontare. Ma  è da gennaio  che mi ha rallentato e tolto la voglia di pensare e di ricordare cose che mi invogliassero a scrivere e anche adesso che vorrei esprimere tutte le emozioni che in questi mesi ho vissuto faccio fatica a dissiparle.
Entro il mio cuore c'è ancora troppo dolore, ho negli occhi ancora la fila dei camion militari con tutte le bare dei cari defunti e continuo a pensare al dolore dei famigliari per come è successo il distacco da loro senza poterli nemmeno salutare un'ultima volta.
Ora non voglio scrivere cosa è successo perché penso che ognuno di noi ne sappia abbastanza, tanto che tutti i giorni ci danno informazioni perché non è ancora finita e purtroppo dovremo convivere  con questa realtà.
Forse per cambiare le cose è un tantino tardi?
Forse prima di voler cambiare le cose dovremmo cambiare ognuno di noi. Ogni tanto provare a riflettere di quante cose abbiamo ma ne vorremmo ancora di più senza nemmeno sapere bene cosa davvero abbiamo bisogno.
Usiamo le risorse della natura con leggerezza e poco rispetto, perché a noi uomini è dovuto e vogliamo tutto e subito senza mai pensare quanti doni la natura ci fa senza chiedere nulla.
Secondo me, dato che noi facciamo parte di lei e stiamo perdendo il rispetto di noi stessi, forse ci sta dicendo "fermatevi e cambiate rotta perché è l'unico modo per aiutarci a vivere bene a vicenda".
Io so che tanti di noi lo stanno capendo anche per non dimenticare tutte quelle persone, non perché ci hanno lasciato, ma come hanno dovuto lasciarci.
Ai tanti medici e infermieri che hanno dato tutte le loro energie e tanti anche la vita  tutto questo non si può proprio dimenticare.
Riflettiamo e impariamo a rispettare noi e in automatico si rispetta tutto il resto che fa parte sempre di noi, imparando anche a dirci ogni tanto "ti voglio bene".

                                         Quadrifoglio

martedì 4 agosto 2020

DON CAMILLO. Di che prete sei?




FONTE: avvisi settimanali parrocchia di Albegno.

DI CHE PRETE SEI?

C'è l'usanza nelle nostre parrocchie di giudicare i sacerdoti definendoli all'antica o moderni a seconda di come si vestono, di come celebrano, predicano, parlano...
A mio riguardo ne ho sentite di tutte: che sono all'antica, per alcuni; per altri un po' troppo moderno; mi è anche stato detto che non sono un parroco, ma un curato; altri mi hanno detto che sono più un pastore di pecore e di capre che non di anime...
A dire la verità, nessuna di queste definizioni mi dispiace. Nella loro motivazione originaria volevano essere offensive o denigratorie, ma a me sembrano simpatiche.
Comunque, aldilà di come sono visto e giudicato, io ho fatto la scelta di impegnare la mia vita per servire la Chiesa.
Verifico la mia Fede con quella che la Chiesa custodisce da sempre, e non con le teorie dei teologi.
Amo la Chiesa che mi ha generato alla Fede e me l'ha nutrita; per questo la considero mia madre. E anche se nel tempo è stata prostituita, continuo ad amarla, anche se la rimprovero, perché è mia madre e so che anche lei mi offre la misericordia per le mie miserie.
La amo e la ammiro anche perché madre di tanti figli della Luce che si sono nutriti al suo seno e hanno goduto delle sue carezze.
Quando parlo, trasmetto volentieri quello che ho imparato sulle sue ginocchia, e continuerò a parlarne nella certezza di dire cose vere perché una mamma che ama i suoi figli non insegna mai cose cattive o false a loro.
Se per questo sono ritenuto un prete all'antica, ne sono orgoglioso, perché vuol dire che non ho tradito mia madre, quella stessa che Dio ama e che Cristo ha scelto come sposa alla quale resta fedele da sempre, perché la ama.
Se poi sembro un po' troppo spinto perché quando lavoro indosso la tuta; quando faccio il podista i pantaloncini e la canottiera o quando vado in piscina il costume da bagno, ne sono orgoglioso perché non mi sento ingessato riguardo alla veste talare o alla divisa da prete, anche se, quando è necessario, la indosso con piacere.
E se sembro più un pastore di pecore o di capre che non di anime, mi si risveglia in animo una passione che ho da sempre: l'allevamento e la cura degli animali che ho potuto assecondare altrove perché avevo la spazio adatto, ma che non mi ha mai rubato tempo alla cura delle anime perché dedicavo  agli animali le ore  nelle quali le anime non erano disponibili (e all'elenco degli animali aggiungo i pony, gli asini, le galline, le oche e a volte anche i conigli): questi ultimi animali di taglio più piccolo utili anche per la cucina.
E se per qualcuno son sembrato più un curato che un parroco vuol dire che sono appassionato alla pastorale dei ragazzi e dei giovani, che non mi ha mai distolto dalla pastorale degli anziani.
Aldilà di come ognuno mi vuol vedere, ci tengo a restare quello che sono con l'impegno di testimoniare e di annunciare (per quanto la mia pochezza permette) la Fede della Chiesa così come la Chiesa me la trasmette.
E' questo il mio impegno più importante al quale non voglio rinunciare e il mio solo orgoglio del quale non mi voglio pentire.

                                             don Camillo

VITE INTRECCIATE

E' cominciato il caldo
finalmente.
Di mattino presto
nel silenzio dell'alba
rimarcato da brezza
leggera e fresca
bagno i fiori
e le piante aromatiche
attorno alla Chiesa.
A modo suo 
ognuna ringrazia
per l'acqua versata, 
liberando un profumo
d'arcaica schiettezza
bramata.
Altri amici aspettano
sotto.
Nelle stallette
appena svegliati
dal canto di uccelli,
cavalli e caprette
mi corrono incontro
nitrendo e belando
con voci d'infanzia.
A modo suo
ognuno ringrazia
per il fieno fornito,
con odore di stalla
memoria d'un tempo
passato.
                                   
                                     don Camillo



mercoledì 22 luglio 2020

VIVERE INSIEME. Tornare alla normalità educativa


FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" luglio-agosto 2020.
Articolo: "Tornare alla normalità educativa" di DANIELE NOVARA.

Mi racconta Fabio, papà di un ragazzo di 16 anni: "Non vuole più uscire, sembra non gli interessino più gli amici. Ne aveva tanti. Se ne sta in camera, penso giochi sul tablet".
E Marta, mamma di un bambino di 9 anni: "Sembra un altro. Si arrabbia facilmente, a volte piange. Si rifiuta di stare con la sorellina più piccola. Capita che non voglia neanche mangiare, poi lo fa, ma coi suoi tempi".
Storie di questo tipo ne raccolgo tante dai genitori. Mesi e mesi passati senza scuola, con pochi contatti sociali, in una bolla di paura segnata da adulti che girano con la mascherina - e che magari sgridano i genitori perché il bambino di 3 anni non l'ha indossata -, stanno mettendo in ginocchio la crescita normale di una generazione di figli, specie i più piccoli.
Alcune scelte discutibili, fatte unicamente in Italia, di aprire a metà maggio i bar ma non le scuole, l'imposizione della mascherina ai bambini di 6 anni, se non di 3, la possibilità nei primi mesi del lockdown di uscire con i cani ma non con i bambini, hanno lasciato il segno sui cittadini più piccoli e anche più fragili.
L'estate sta portando un po' di attenzione con i parchi gioco che faticosamente riaprono o qualche centro estivo e oratorio che offrono attività e animazione.
Ho l'impressione che sia facile per chi l'infanzia l'ha lasciata alle spalle da tempo mettere limitazioni a questa età fondamentale della vita.
L'adulto non nasce adulto e il mondo in cui ha vissuto i primi anni determina la sua vita futura. Il rischio di un inceppamento nella crescita dopo tanti mesi vissuti in un sostanziale blackout è davvero serio.
Invito tutti i genitori a riportare i figli dentro una vita il più possibile normale, senza paure assurde e illegittime. Mi è capitato di vedere una mamma allattare con la mascherina e mi sono chiesto chi potesse averle dato un consiglio così pericoloso per la salute psicologica del suo cucciolo e per un buon attaccamento primario.
Le ricerche e l'esperienza empirica hanno dimostrato che i bambini raramente si contagiano e comunque senza i rischi che corrono gli adulti. E neanche esistono prove che siano contagiosi: davvero incredibile la teoria dei bambini "portatori sani", ossia untori involontari.
Una cappa di pregiudizi antichi come l'epoca di Erode si è abbattuta sull'infanzia mettendo a rischio la crescita dei più piccoli in un momento cruciale della loro vita. Sta ai genitori e alla società intera riscattare queste carenze, riportandoli a una vita normale: scuole aperte, giochi con i coetanei, adeguata libertà di movimento.
Si tratta di restituire loro tutta la voglia di felicità di cui dispongono e che si meritano pienamente.

DON CAMILLO. Ideologia Gender



FONTE: avvisi settimanali parrocchia di Albegno.

L'INCOERENZA DELL'IDEOLOGIA GENDER

Il punto di partenza dell'ideologia Gender può essere condiviso benissimo da tutti: promuovere la stessa dignità tra uomo e donna e anche nei confronti di chi ha una sensibilità diversa da quella eterosessuale, riconoscendo a tutti la libertà di vivere la loro affettività nel rispetto dell'altrui dignità (qui non entro nel tema della proposta cristiana che indica ideali specifici nel campo della vita affettiva che meritano un approfondimento particolare).
L'incongruenza dell'ideologia Gender sta nelle modalità messe in atto per raggiungere questo risultato: quelle di negare l'identità maschile dell'uomo e femminile della donna dichiarando che si tratta di forzature culturali, e di inculcare nei bambini fin da piccoli, con appositi procedimenti didattici, che ognuno può definire a piacimento la propria identità sessuale.
In pratica, per educare a non discriminare gli omosessuali, i transessuali... e a trattare con pari dignità le donne, si arriva a cancellare l'identità maschile dell'uomo e quella femminile della donna negandone l'origine naturale e plagiando i bambini per inculcare in loro questa cultura nell'età più delicata e importante della loro formazione. E' come se, per riconoscere  la pari dignità di africani ed europei, si negasse agli europei il riconoscimento della loro origine diversa.
Si tratta di un procedimento macchinoso, tortuoso, pretestuoso, antistorico, falso... per arrivare ad un risultato al quale si può benissimo arrivare attraverso la via semplice, lineare e corretta dell'educazione al riconoscimento e alla valorizzazione della diversità come ricchezza e patrimonio comune.

                                             don Camillo

Forzatura Gender

C'era una volta nei campi il frumento
quello irrorato da sole e sudore;
il profumo del pane rendeva contento
chi era per strada in primissime ore.

Poi s'è pensato di forzare la terra
e costringerla a dar più vantaggio al profitto
per ampliare i mercati e vincer la guerra
incuranti che il gusto venisse sconfitto.

E' così che l'utile ha dettato la legge
per far d'ogni cosa affari e guadagno
invogliandoci tutti a seguir come gregge
contenti di bere da una melma di stagno.

Or non ci resta che tradir la natura
di Uomo e di Donna da sempre diversi,
per questo capaci di nuova creatura
e di essere uniti per non venire dispersi.

Il rispetto dovuto ad ogni persona
non è fiore che nasce dalle macerie;
è il frutto gustoso di chi ama e perdona
e si impegna a curare le umane miserie.

                                             don Camillo

mercoledì 8 luglio 2020

DON CAMILLO. Perché io ho sempre ragione!




FONTE: avvisi settimanali parrocchia di Albegno.

...PERCHE' IO HO SEMPRE RAGIONE!!!

Mi sembra che ci sia un'abitudine diffusa  quando si discute in gruppi di tendenze culturali opposte: quella di demolire sempre, sistematicamente, ricorrendo anche all'ironia  o alla squalifica umana e culturale dell'altro, le affermazioni o le scelte di chi è della linea di pensiero diversa.
L'intento, naturalmente, è quello di far prevalere il proprio pensiero con la convinzione che questo è un modo democratico di agire, chiamato libertà di pensiero e di espressione. In realtà questa è una versione subdola della dittatura.
La democrazia è tutta un'altra cosa, e soprattutto parte da tutt'altro presupposto che non è quello di far prevalere il proprio pensiero o la propria scelta, ma di far emergere il più possibile la Verità e individuare la scelta migliore.
In una discussione è necessario che ci sia spazio per il contradditorio che però non deve essere per forza a tutti i costi contro.
Io penso che il vero spirito democratico di una persona o di un gruppo si manifesti nella capacità di riconoscere e appoggiare il valore della proposta o della scelta della controparte quando obiettivamente lo merita.
Chi, invece, vede nell'altro sempre e solo sbagli, è segno che ha abbracciato l'autoritarismo. Con questo tipo di persone non si costruisce niente. Diventa inutile anche discutere, anzi, diventa dannoso perché non fanno altro che portare all'esasperazione. E se questo lo fanno lucidamente per costringere l'altro ad abbandonare il campo, allora diventa diabolico.
Il termine "democrazia" deriva dal greco: demos=popolo; cratos=potere, e si può tradurre così: "il potere al popolo" oppure "il potere del popolo".
Sono due traduzioni che hanno sfumature diverse e complementari che secondo me devono stare insieme.
La traduzione, perciò, parafrasando, suona così: "deve essere il popolo ad esercitare il potere, perché il popolo ha una capacità speciale: cioè, quella di avere una molteplicità di visioni che gli permettono di cogliere le infinite sfaccettature della Verità che solo nel confronto dialogante (e non nello scontro che tende ad escludere) si possono comporre.
L'impresa ciclopica per ogni democrazia (nella politica, nella vita sociale, economica, familiare, ecclesiale...) sta proprio in questa capacità di dialogo che ha alla sua base la Carità.
E qui si apre un altro capitolo, ma non ho carta sufficiente per scrivere...

                                           don Camillo

Presunzione disgregante

C'era nel bosco un insetto,
viveva solenne e vistoso.
Aveva un sogno in cassetto,
era deciso e ambizioso.

Il suo ronzar s'imponeva
snobbando il vocio diverso,
e con ironia tendeva
ad esser lui l'universo.

Un altro gli faceva da sponda,
come lui di ugual taratura;
pensavano di render feconda
insieme la loro statura.

Ma in quel bosco non è che funziona
così la vita comune;
vi è infatti soltanto un'icona
che dal perfido orgoglio è immune.

E' Lui che ci insegna a cercare
nell'altro soltanto il valore,
perché solo chi impara ad amare
sa dare a quel bosco il colore.

                                     don Camillo



FAMIGLIA. Quando i genitori si separano


FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" marzo 2020.
Articolo: "Separati, ma pur sempre genitori" di DANIELE NOVARA.

Sempre più spesso, nei casi di separazione dei genitori, i figli diventano un'occasione per contese, tensioni e conflitti.
Chi li vuole tanto; chi li vuole poco; chi deve pagare; chi non può pagare; chi ha la casa giusta; chi ha la casa sbagliata... si crea un tira-e-molla, una specie di guerra di posizione: "Ti do-mi dai"; "prendo-lascio"; "questo è mio-questo è tuo".
Inevitabilmente, i figli entrano in un corto circuito emotivo trovandosi coinvolti in una faccenda che resta, e deve restare, esclusivamente degli adulti.
Si tratta della fine della coppia sentimentale, ma le funzioni genitoriali non possono terminare.
Purtroppo, spesso, gli stessi tecnici che si occupano delle separazioni dimenticano che anche i figli di queste "ex-coppie" hanno diritto a un'educazione normale, organizzata  e adeguata alle loro età.
Se i genitori restano tali, occorre che le istituzioni li aiutino a mantenere una bussola, a sentire che la situazione è sufficientemente chiara e che possono continuare ad avere il proprio ruolo educativo a prescindere dalle loro collocazioni di coppia. Il dolore più grande dei figli è la sensazione di perdere i genitori come riferimento educativo.
E' normale che ogni figlio voglia rimettere insieme i genitori, ma questi ultimi devono assolutamente evitare di creare situazioni davvero equivoche: tipo rimettersi insieme ogni tanto - una pizzata, una gita, addirittura una vacanza insieme - per poi, improvvisamente, sciogliersi di nuovo e tornare ognuno a casa propria.
Sono pratiche che non comportano vantaggi per i figli, creano anzi una sensazione di instabilità e ogni volta è un colpo al cuore: i genitori non si rimettono insieme e, dopo la pizzata, ognuno torna a casa sua.
I figli hanno bisogno di chiarezza. E' ora di inserire dispositivi per un'adeguata condivisione educativa dei figli nelle separazioni, mettendo dei paletti comuni che permettano loro di trovare continuità educativa per evitare di sentirsi abbandonati, non tanto sul piano materiale, ma su quello più importante: crescere con un papà, una mamma e buone regole educative condivise.