martedì 16 dicembre 2025

PERSONAGGI. Roberto Donadoni

 




FONTE: "Sportweek" LA GAZZETTA DELLO SPORT.
Articolo: "El Donadun, campione pure di umiltà" di GERMANO BOVOLENTA.

Il grande Roberto Donadoni, ammirato da Platini e Maradona, ha vinto tutto e tanto col Milan ed è stato ct azzurro. Ora è ripartito dallo Spezia ultimo in B.


Roberto Donadoni, il più brasiliano dei brasiliani d'Italia.
Il padre si chiamava Ercole. Roby nasce a Cisano Bergamasco, 16 km da Lecco, 18 da Bergamo.
Ultimo di  quattro fratelli, i suoi vivevano nelle cascine, in mezzo ai campi di granoturco e a qualche vigna.
Dirà: "Ricordo l'eccitazione prima della vendemmia e l'orgoglio di fare il chierichetto".

Non è mai stato un gran chiacchierone, si considera sempre una persona normale: "Rifiuto che questa etichetta possa penalizzarmi".
Non lo penalizza. Fa una grande e bella carriera, el Donadun. Ha il pregio e la forza di sapersi adattare a tutto, mette qualità e quantità.
Repertorio ampio e completo: scatto, finte, dribbling, assist, cross e tiro. Una fantastica ala destra, poi diventa uno straordinario centrocampista. Dirà Michel Platini, le Roi: "Il miglior giocatore italiano degli Anni Novanta. Poi la benedizione di Diego Armando Maradona: "Una meraviglia, una gioia per gli occhi".

SEI SCUDETTI E TRE COPPE DEI CAMPIONI

Cresce bene nell'Atalanta. Il suo primo allenatore è Ottavio Bianchi (in B), ma debutta in serie A con Nedo Sonetti. A Bergamo, 17 settembre 1984, Atalanta - Inter 1 - 1, gol di Osti e Muraro.
Roberto ha 21 anni e i primi con Nedo sono duri. 
Racconterà: "Era molto severo e diceva: "Ragazzo, dacci sotto, lavora e lavora. Guarda che te lo dico chiaro: o ti faccio diventare un  giocatore o ti faccio smettere di giocare". 
Aveva ragione lui, mi ha fatto diventare un giocatore e poi qualcosa ho combinato...."

E' milanista, adora Gianni Rivera ("il mio idolo").
Lo vuole la Juve, lo prende Silvio Berlusconi.
"E' stato il presidente ad insistere e gliene sarò per sempre grato. Allora l'Atalanta era molto legata agli Agnelli. Dicevano che era una specie di succursale della Juve. C'erano stati molti affari e molti scambi. La Juve di quegli anni era fortissima, la squadra più ambita. Ma io volevo il Milan e diciamo che mi è andata bene".
Soltanto bene? Sei scudetti, tre coppe dei campioni e vari titoli mondiali. Con Sacchi e Capello. Quindici anni di calcio prestigioso, va negli Stati Uniti (Metrostars), torna in tempo per festeggiare uno scudetto con Alberto Zaccheroni. Smette in silenzio, lontano da  Bergamo (Al-Ittihad), diventa allenatore, parte dalla serie C (Lecco).
Nel 2006 è ct della Nazionale, sostituisce Marcello Lippi campione del Mondo a Berlino. Porta gli  Azzurri a Euro 2008, dove escono solo ai rigori contro la spettacolare Spagna.
Poi Napoli, Cagliari, Parma, Bologna e Shenzhen (Cina).
Diverse città, diverse lealtà, mondi diversi.
"Ho  sempre lavorato cercando di dare il massimo e rispettare le regole. In tutti i Paesi, in tutti i posti dove ho giocato e allenato. In Arabia, in Cina".
Si ferma 5 anni, poi riparte dallo Spezia, ultimo in serie B, chiamato da un presidente americano.
"Sono curioso, mi piacciono le nuove esperienze, le nuove storie".





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