Foresto Sparso, 21/09/26
Se i
tuoi principi morali ti rendono triste
“Se i tuoi principi morali ti rendono triste, stai certo che sono sbagliati”.
E’ una frase di Robert Louis Stevenson,
celebre scrittore, drammaturgo e poeta scozzese dell’età vittoriana, nato ad
Edimburgo nel 1850 e morto a Samoa nel 1894, autore tra l’altro del celebre
romanzo d’avventura “L’isola del Tesoro”.
Questa frase mi richiama una parabola di
Gesù, non perché abbia un collegamento diretto con essa, ma per una deduzione
che mi è venuta spontanea. Si tratta della parabola degli operai delle varie
ore che troviamo in Mt. 20,1-16.
Mi riferisco in particolare alla
lamentela che gli operai che hanno lavorato per tutta la giornata sopportando
la fatica e il caldo, fanno al datore di lavoro, quando vedono che lo stipendio
di 1 denaro pattuito con loro (era lo stipendio giusto per una giornata di
lavoro a quel tempo) viene dato anche agli operai che sono arrivati nella vigna
a lavorare soltanto un’ora prima della fine della giornata.
Il messaggio che Gesù vuol far passare
con questa parabola è questo: se per te è pesante e perciò motivo di sofferenza
e di tristezza vivere secondo lo stile del regno di Dio osservando la sua
Legge, vuol dire che non hai capito veramente che cosa è il Regno di Dio e che
non ti lasci guidare dal suo Spirito ma solo dai tuoi calcoli d’interesse. In
poche parole: sei fuori strada!
Se infatti avessi compreso veramente che
cos’è il Regno di Dio, non avresti che potuto cogliere tutta la sua bellezza e
la sua capacità di renderti felice e di sentirti fortunato di aver potuto farvi
parte fin dalla prima ora, mentre altri, poveretti, sono arrivati a scoprirlo
solo più tardi, sprecando, così, anni preziosi di vita impegnati in ciò che aveva
poco valore o non ne aveva affatto.
S. Agostino, in uno dei suoi capolavori
“Le Confessioni” nel quale racconta la sua vita, riferendosi agli anni della
sua giovinezza inquieta e turbolenta alla ricerca della Verità, si esprime così
riferendosi a Gesù: “Tardi ti ho amato bellezza tanto antica e tanto nuova”,
come a dire: quanto mai non ti ho conosciuto prima quando purtroppo ho sprecato
30 anni a vagare nell’inquietudine e nel vuoto.
Fermo restando che il Regno di Dio non
può essere ridotto ad un principio morale, ma è molto di più in quanto si
tratta di un’esperienza di vita in comunione con Cristo, quanto ho detto può valere anche per la fedeltà ai principi
morali che sono tali solo se fanno crescere e qualificano in senso positivo la
vita di coloro che li adottano come linea di comportamento.
Se il coraggio, l’onestà, la generosità,
la fedeltà, l’amore per la verità… tutti principi morali, ti rendono triste è
segno che non li stai vivendo nella loro autenticità, ma in una tua versione
che è sosia, come gli scribi e i farisei che si vantavano di vivere la Fede, ma
era soltanto una loro elaborazione rivestita di Fede e che li rendeva
presuntuosi e arrabbiati anziché semplici e gioiosi.
Dire che la fedeltà ai principi morali,
e di più ancora a Gesù Cristo, è motivo di gioia, non vuol dire che non
comporta fatica. Certo che gli operai della prima ora hanno dovuto affrontare
la fatica del caldo e di tutte le ore lavorative! Ma la fatica stessa è motivo
di gioia quando sei consapevole che quello che stai facendo è buono e positivo
per te e per tutti coloro che ne vorranno beneficiare; quando, cioè, quello che
fai è generato e irrorato dall’Amore.
Una mia piccola esperienza in questo
senso l’ho avuta lavorando con i volontari ad esempio nel tempo della
costruzione dell’Oratorio a Zandobbio, o a montare i campeggi, a volte in
condizioni estreme, o in tante altre fatiche finalizzate alla solidarietà e al
servizio gratuito… Quanta fatica, ma anche quanta allegria e quanta gioia nel
ricordare ancora oggi…
Se la tua Fede ti rende triste perché ti
è pesante, fermati! C’è qualcosa che non va…
don Camillo

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