giovedì 5 novembre 2015

LA COSTITUZIONE ITALIANA. Articoli dal 111 al 113


SEZIONE II - NORME SULLA GIURISDIZIONE

ART. 111.
La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.
Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l'interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell'accusa e l'acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo. 

Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o del suo difensore.
La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell'imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita.
Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.
Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.
Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

ART. 112.
Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale.

ART. 113.
Contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa.
Tale tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti.
La legge determina quali organi di giurisdizione possono annullare gli atti della pubblica amministrazione nei casi e con gli effetti previsti dalla legge stessa.

VIVERE INSIEME. I muri nel mondo


FONTE: Articolo sul MESSAGGERO DI SANT'ANTONIO di ottobre 2015.

Mattoni, cemento e filo spinato

Il più noto (e più contestato) è quello costruito dagli israeliani che corre per oltre 700 chilometri lungo il confine con la Cisgiordania. Difficile che un giorno diventi monumento, come è toccato alla muraglia cinese contro le invasioni dei mongoli.
Nel mondo si contano almeno una trentina di confini caldi.
In Africa, tra Zimbabwe e Botswana, è stata eretta una barriera elettrificata. Motivo ufficiale? Impedire agli animali selvatici di oltrepassare il confine, ma in realtà in questo modo si controlla la popolazione.
Tra India e Pakistan 3.300 chilometri di muro si aggiungono a quelli costruiti per separare  il Pakistan dall'Afghanistan (altri 2.400).
Uzbekistan  e Tagikistan si guardano dal muro, e così fanno anche Yemen e Arabia Saudita.
Oman e Emirati Arabi Uniti hanno una "frontiera cementificata", come quella che separa Kuwait e Iraq.
Nell'isola di Cipro c'è l'ultima capitale europea che vive "separata". Sono i bidoni celesti dell'Onu a segnare i quartieri di Nicosia rivendicati da Ankara.
C'è un muro anche nel Sahara: lo chiamano "cintura di sicurezza" ed è lungo 2.700 chilometri. L'ha voluto il Marocco.
I muri in Europa sono rimasti in piedi anche in Irlanda, dove separano cattolici da protestanti.
Oltreoceano c'è un muro tra Stati Uniti e Messico: 3.140 chilometri.
Non dimentichiamo poi la Corea del Nord e Corea del Sud, separate da muri e sofisticati sistemi in grado di distinguere persone, animali e oggetti, grazie alla rilevazione di battiti cardiaci e fonti di calore.
Restando in Asia, tra Thailandia e Malesia è stato eretto un  muro con la motivazione di arginare i terroristi. Ma...non è forse terrorismo costruire un muro?

VIAGGI. Barcellona. Camp Nou


Ecco le foto scattate da Roberto nella visita al Camp Nou. Non sono riuscito a caricare il video.

























PARR. S. GIORGIO M. DI ZANDOBBIO. Giochestate 1988


























DON CAMILLO. Lettera aperta a Papa Francesco


FONTE: avvisi settimanali della parrocchia di Cene.

Lettera aperta a Papa Francesco (riflessioni di un povero prete della media Valle seriana)

Papa Francesco
Seguo sempre con tanto interesse le sue omelie e le sue catechesi e ascolto con altrettanta attenzione le sue dichiarazioni di grande apertura e sensibilità evangelica. Ho notato che a più riprese è tornato sull'argomento "omelie" invitando i sacerdoti a non essere lunghi perché "le prediche lunghe stancano".
Io sono uno di quei sacerdoti ai quali alcuni fedeli dicono "sei lungo".
Quando ero giovane curato ed esercitavo il ministero a Ghisalba (negli anni 70) scrivevo tutta l'omelia e la leggevo per non sbagliare le parole e non imbambolarmi in preda all'emozione.
Il tutto si riduceva ad 1 facciata e mezza di un foglio formato A4 scritto a mano: tempo di lettura: 5/6 minuti.
Però c'erano fedeli che mi dicevano che la mia messa era troppo lunga perché non ero svelto a "recitare le preghiere": la S. Messa festiva durava 45/50 minuti.
Ancora oggi continuo a scrivere le omelie per intero; il contenuto è sempre  di 1 facciata e mezza; solo che non lo leggo più, perché mi sembra una cosa troppo fredda. Lo tengo semplicemente come punto di riferimento per non correr il pericolo di zizzagare e di perdermi nei meandri di tante varianti mentre predico. Termino comunque sempre l'omelia quando suona la mezz'ora dall'inizio della messa anche a costo di troncarla sempre più di frequente anche 5 minuti prima...Però la nomea che mi taccia come "lungo" continua: la S. Messa festiva da me celebrata dura al massimo 55 minuti; quando ci sono circostanze particolari 1 ora...
Non ho mai improvvisato le omelie. Ho sempre dedicato tempo a riflettere sui testi della Parola di Dio a partire  dal Lunedì per la Domenica successiva. La mia preoccupazione è sempre stata quella di dire cose sensate; ancorate il più possibile alla vita quotidiana senza forzare i testi liturgici...Ho sempre cercato di fare il meglio possibile e di dare il meglio di me stesso. Di più non sono capace di fare.
Personalmente credo che la lungaggine  debba essere giustamente disapprovata perché è un "tirare avanti per occupare il tempo o per tenere il più possibile la scena" anche a costo di "fanfarare" parole e gesti vuoti; la lunghezza mal sopportata invece può essere segno che quel fedele è presente d'ufficio, solo per soddisfare un precetto per cui prima finisce meglio è; per chi partecipa alla celebrazione con la consapevolezza di far parte di un mistero di comunione con Dio e con i fratelli, il tempo non è mai troppo lungo e tutto finisce anche troppo in fretta...Come succede per 2 che si amano sinceramente e profondamente. Le esperienze belle hanno bisogno di tempo per entrare nella profondità e per gustarne l'intensità. Purtroppo oggi, dopo 41 anni di sacerdozio, quando celebro la S. Messa e predico, mi lascio prendere dall'angoscia perché predomina in me la preoccupazione di restare nei tempi e di ridurre  tutto il più possibile per "tener dentro" i più impazienti e per non sentirmi dire: "Anche il Papa ha detto che voi preti dovreste essere più corti".
Com'è buffa la vita: una signora qualche tempo fa mi ha confidato: "Sono andata da un primario di ospedale per una visita medica in privato perché avrei dovuto aspettare troppo tempo per la lista ASL. Ho pagato € 300,00 ma ne è valsa la pena perché mi ha fatto una visita da capo a piedi e mi ha tenuto dentro per ben 1 ora e mezza". "Brava signora - le ho risposto -Io la tengo in chiesa 55 minuti per un incontro con il Primario celeste completamente gratuito e lei si lamenta che è troppo". E' vero che dal primario di ospedale si va in genere "una tantum" (o quasi) nella vita, ma è altrettanto vero che questi primari possono soltanto diagnosticare il male e a volte anche eliminarlo, mentre il Primario celeste, se lo accogli con fede nella povertà del pane e della parola anche di un povero prete, è capace di guarirti in profondità e di darti ogni volta una pace e una carica in grado di qualificare ogni volta la tua vita quotidiana.

                                      D. Camillo

giovedì 29 ottobre 2015

DON CAMILLO. A proposito di omosessualità



FONTE: avvisi settimanali della parrocchia di Cene.

A proposito di omosessualità

Mi è stata fatta una domanda a bruciapelo: "Che cosa ne pensi dell'omosessualità?"
Non è la prima volta che mi esprimo su questo argomento e non sarà certamente neanche l'ultima. Si tratta di un tema di attualità, rilanciato in modo particolare dalle esternazioni fatte in TV da mons. Krystof Charamsa.
Ogni volta che parlo di questo argomento tengo a distinguere tra omosessualità dovuta a disordini affettivi o a forzature educative e omosessualità congenita dovuta a fattori ormonali. L'omosessualità dovuta a fattori ormonali è una condizione naturale come è condizione naturale l'eterosessualità. Non deve essere considerata un'anomalia. E' semplicemente una condizione di vita diversa e va rispettata per quello che è. Dal punto di vista morale la gestione dell'affettività da parte  dell'omosessuale è altrettanto impegnativa quanto quella dell'eterosessualità con una differenza: mentre l'affettività dell'eterosessuale è finalizzata oltre che alla piena comunione di vita della coppia anche alla procreazione, l'affettività dell'omosessuale non è finalizzata alla procreazione per ovvi motivi che non sono dettati da convinzioni religiose, ma dalla natura stessa. A meno che si voglia forzare o raggirare la natura, cosa che scienza e tecnica oggi rendono possibile a scapito della coerenza nei confronti della natura stessa.
Sempre per queste ragioni due omosessuali possono essere una coppia, vivere insieme in modo stabile, vedersi riconoscere i diritti di tipo economico-amministrativo che garantiscono il loro stato di coppia e la libertà di provvedere in modo reciproco al loro stato di vita. Ma la loro unione non può chiamarsi "Matrimonio", perché questo termine indica l'unione di una coppia eterosessuale che è un'esperienza di tipo diverso. E la loro convivenza non può chiamarsi "Famiglia", perché la famiglia ha origini diverse.
Se è giusto rispettare la "Diversità", allora va rispettata anche in questo. A meno che si decida di usare pesi e misure diverse a seconda dell'interesse personale.
Per quanto riguarda il caso di mons. Charamsa, legittimo e coraggioso il suo messaggio che può aiutare a riflettere e a maturare su questo argomento. Disapprovo la sua scelta di rendere pubblica la sua convivenza perché mons. Charamsa come ogni sacerdote cattolico è tenuto, per una disposizione della Chiesa Cattolica di rito latino, alla pratica del celibato. Giusta o sbagliata che sia, essendo questa disposizione ancora in atto, la lealtà verso la Chiesa richiede che sia rispettata dato che è abbracciata liberamente. Se per fragilità umana un sacerdote non riesce a rispettare questo patto non è una ragione sufficiente per pubblicizzarlo come se fosse una cosa giusta. Potrà invece prodigarsi attraverso un confronto aperto e leale  con chi ha responsabilità nella Chiesa ad approfondire la questione per un possibile aggiornamento.
Si è posta la questione se un omosessuale può essere ordinato sacerdote. Per me non è l'omosessualità o l'eterosessualità a determinare l'accesso al sacerdozio, ma l'onestà personale di ognuno nel rispetto di quella castità che la Chiesa chiede ai suoi figli chiamati a servirla nel sacerdozio e l'umiltà, comunque, di riconoscere come peccato ogni fragilità in questo campo con la sincera volontà di conversione.

                                        D. Camillo