lunedì 8 luglio 2024

STORIE DI VITA DI ZANDOBBIO. Dagli altipiani di Entratico a Zandobbio

 



FONTE: libro "Sul filo dei ricordi 1... ideato e stampato dal GRUPPO PARROCCHIALE PER LA TERZA ETA' di Zandobbio.

Dagli altipiani di Entratico a Zandobbio

La nostra famiglia era composta da papà Abramo Belotti, da mamma Elisabetta  Patelli e da noi quattro figli: Maria, Giacomo, Angela e Renato, oggi don Renato.
Siamo nati e cresciuti  in una cascina sugli altipiani di Entratico posta nelle vicinanze della "Buca del Corno".
Papà era uno dei mezzadri del signor Fagnani e, insieme alla mamma, lavorava la terra. Aveva una grande passione per la caccia, attività che rappresentava un momento di svago ed una buona occasione per avere della selvaggina per sfamare la famiglia.
Fino al 1955 la nostra cascina era sprovvista di energia elettrica. La sera accendevamo una lampada alimentata a petrolio. Non avevamo l'acqua corrente: attingevamo da una cisterna alimentata dall'acqua piovana e, nei momenti di siccità, con il  badol  (un'asta di legno, portata in spalla, con alle estremità due secchi) ci recavamo ad una sorgente posta a circa un chilometro dalla cascina.
Alla nostra tavola venivano serviti i prodotti della terra coltivati dal papà. La loro abbondanza o scarsità dipendeva  dal buon o cattivo  andamento della stagione: bastava una tempesta per rovinare il raccolto. 
Ciò che non mancava mai era la polenta; il granoturco veniva macinato al "Molino dei Frati"  di Trescore e vi veniva portato con il sacco a spalla, raramente si trovava un asino che portava in groppa il sacco stesso. Si percorrevano a piedi i circa sei chilometri da casa al molino: tra l'andata e il ritorno ci volevano circa quattro ore di solerte cammino.
Noi figli abbiamo frequentato la scuola elementare ad Entratico: la raggiungevamo a piedi, fra irti sentieri e boschi e, dopo le lezioni, prima di far ritorno a casa, passavamo nei negozi del paese ad acquistare le poche cose che necessitavano alla mamma.
All'inizio degli anni sessanta ci siamo trasferiti a Zandobbio e , per noi, è stato un grande cambiamento: abitavamo in centro al paese ed avevamo tutto vicino.
Negli anni settanta nostro fratello Renato esprimeva il desiderio di entrare in Seminario. In questa sua vocazione è stato guidato spiritualmente dall'allora parroco don Emilio Pagani.
I nostri genitori  furono sinceramente commossi per la sua decisione e pregavano Dio e la Madonna affinché accompagnassero e proteggessero il loro figlio. Si sacrificarono volentieri per sostenere le spese degli studi in Seminario pur percependo solo la pensione minima.
Purtroppo nessuno dei due genitori ha potuto assistere all'ordinazione sacerdotale  di Renato, avvenuta nel 1985, perché un anno prima papà è deceduto, seguito dopo pochi mesi dalla mamma, entrambi per una grave malattia che ha procurato loro grandi sofferenze nonostante la continua ed amorevole assistenza dei figli.
Ci capita spesso di ricordare episodi della nostra infanzia e della nostra giovinezza.
Abbiamo vissuto momenti veramente difficili ma grazie ai nostri genitori, siamo sempre riusciti a superare ogni avversità. Il loro zelo, la loro pazienza ed il loro coraggio furono per noi, pur nel silenzio, un esempio di vita ed un punto di riferimento.
Grazie a loro anche noi oggi siamo convinti che: "La Provvidenza è sempre fuori dalla porta".

                                        I  figli


venerdì 5 luglio 2024

LIBRI. "Zamora" di Roberto Perrone

 





   LIBRI  CONSIGLIATI  DA  LORIS  FINAZZI  

   GRANDE  DIVORATORE  DI  VOLUMI   



"ZAMORA" di Roberto Perrone edito da GARZANTI

Il ragioniere Walter Vismara ha un problema. 
Il suo nuovo datore di lavoro, il Tosetto, sarà di certo una brava persona, però ha una mania, quella del folber, e obbliga i suoi impiegati a strazianti allenamenti, ogni giovedì,  in vista della partita dell'anno, la grande sfida scapoli-ammogliati del 1° maggio.
Purtroppo a Vismara del calcio non importa nulla, ma è stato subito nominato portiere titolare della squadra. I colleghi già lo chiamano il Zamora, come il famoso portiere del Real Madrid, anche se le sue doti atletiche e agonistiche  sono nulle.
Il consiglio giusto arriva da sua sorella, che legge la Gazzetta dello Sport: si farà allenare in segreto dal Cavazzoni., ex portiere del Milan e della Nazionale.


giovedì 4 luglio 2024

RICEVO E PUBBLICO. Perché un ciclista è un disastro

 





Il ceo di EURO EXIM BANK LTD.  ha fatto riflettere gli economisti quando ha dichiarato:

"Un ciclista è un disastro per l'economia del paese: con compra auto e non prende soldi in prestito per comprarne.
Non paga polizze assicurative. Non compra carburante, non paga per sottoporre l'auto alla necessaria manutenzione e riparazione. 
Non utilizza parcheggi a pagamento. Non causa incidenti rilevanti. Non richiede autostrade a più corsie. Non diventa obeso. Persone sane non sono necessarie né utili all'economia. Non comprano medicine. Non vanno negli ospedali né dai medici. Non aggiungono nulla al PIL del paese.
Al contrario, ogni punto vendita McDonald crea almeno 30 posti di lavoro, fa infatti lavorare 10 cardiologi, 10 dentisti, 10 esperti dietologi e nutrizionisti, oltre ovviamente alle persone che lavorano nel punto vendita stesso".
Scegli con attenzione: un ciclista o un Mc Donald? Vale la pena pensarci.

PS: camminare è ancora peggio. I pedoni non comprano nemmeno le biciclette.

mercoledì 3 luglio 2024

SALUTE. La sigaretta brucia le difese dell'organismo

 



 FONTE: " Messaggero di sant'Antonio"  aprile 2024. 
Articolo: "La sigaretta brucia  le difese dell'organismo"  di ROBERTA VILLA.  

Ci preoccupiamo tanto di come rinforzare  il nostro sistema immunitario, e poi magari trascuriamo la cosa più importante: smettere di fumare, e farlo  il prima possibile.
Che il fumo di sigaretta, e in particolare la nicotina, potesse sopprimere le difese dell'organismo si sospettava da oltre vent'anni.
Nel tempo, gli indizi si sono fatti prove, dopo che numerosi studi hanno dimostrato come il sistema immunitario dei fumatori si trovi in maggiore difficoltà nel reagire  ad agenti infettivi o alla comparsa di cellule tumorali rispetto a quello di chi non ha mai fumato.
Purtroppo  questa vulnerabilità dura a lungo, anche per decenni, e riguarda anche chi non ha mai preso in mano una sigaretta, ma è stato esposto a lungo in ambienti in cui fumavano altre persone.
Nelle ultime settimane, nuovi dati sono venuti a supportare queste conclusioni, di cui l'opinione pubblica ha scarsa consapevolezza.
Un gruppo di ricercatori francesi ha infatti seguito nel tempo mille adulti sani di entrambi i sessi, per verificare quanto 136 caratteristiche  legate agli stili di vita, al  contesto socioeconomico o alle abitudini elementari, oltre a quelle anagrafiche e genetiche, incidessero sul loro sistema immunitario..
Tramite prelevi di sangue periodici, ottenevano per ciascuno le cellule da cimentare in laboratorio con il virus influenzale e un comune batterio, Escherichia coli.
Gli scienziati hanno così dimostrato, in un articolo che si è guadagnato la copertina di "Nature", che  l'impatto maggiormente negativo sulla capacità del sistema immunitario di combattere virus   e batteri era legato all'abitudine al fumo, al pari (quasi) di sesso ed età di ogni individuo.
L'effetto è maggiore quanto maggiore è il numero di sigarette fumate, e comincia a calare quando si smette, ma non  torna alla norma per anni.
Per prima si riprende la cosiddetta immunità innata, che risponde prontamente alle minacce ma in maniera specifica, mentre l'immunità adattativa, che sfrutta cellule e anticorpi mirati contro i diversi agenti infettivi, impiega molto tempo a tornare in forze.
Questi risultati sono confermati da un analogo studio epidemiologico coreano, il quale ha esaminato  nella popolazione il rischio di una gravissima condizione clinica causata dalla risposta sregolata del sistema immunitario a un'infezione. 
In un periodo di osservazione di dieci anni, su quasi 4 milioni di cittadini, i fumatori, che rappresentavano quasi un quarto del totale, avevano un rischio aumentato del 40% di sviluppare una sepsi rispetto a chi non aveva mai fumato. 
Gli ex forti fumatori hanno mostrato invece probabilità intermedie di incorrere in questa grave malattia, che, secondo  l'Organizzazione mondiale della sanità, provoca ogni anno nel mondo circa 6 milioni di morti.
Insomma, smettere di fumare - o, anche meglio, non cominciare mai - non protegge solo dalle malattie dei polmoni, del cuore, dall'ictus e da diversi tumori, ma può anche aiutarci contrastare le infezioni. Vale la pena di tenerne conto.

venerdì 28 giugno 2024

VIVERE INSIEME. Il lavoro povero.

 



FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" giugno 2024.
Articolo: "Il "lavoro povero"" di RITANNA ARMENI.

I dati  sull'occupazione, diffusi dall'Istat e ampiamente divulgati dai mass media, sono finalmente positivi.
Dopo anni di flessione e di preoccupazione per la riduzione dei posti fissi e per l'aumento del precariato, finalmente una inversione di tendenza: in un anno 425 mila posti di lavoro in più e 180 mila precari in meno.
Sono dati veritieri? Sì lo sono. Giustificano l'ottimismo di chi vede in essi un miglioramento delle condizioni di tanti lavoratori? In parte , ma non abbastanza.
I dati, infatti, sono veri, ma vanno interpretati. La crescita dell'occupazione non coincide - questa è una novità - con l'uscita dalla povertà.
Per la prima volta siamo dinanzi a un fenomeno che molti analisti e politici tendono a sottovalutare o a rimuovere: il lavoro povero.
Fenomeno nuovo, diffuso  ma scarsamente nominato. In che consiste? Il lavoro povero è quello la cui remunerazione non è sufficiente a garantire l'uscita dalla povertà. Non è sufficiente a mantenere  chi lo percepisce e la sua famiglia. L'identikit del lavoratore povero è quello del maschio tra  i 45 e i 50 anni con una famiglia composta da tre o quattro persone.
Veniamo da una storia economica e sociale in cui avere un'occupazione fissa significava uscire dal mondo della povertà ed entrare in quello della sicurezza e garanzie.
Naturalmente anche in quel mondo c'erano differenze. C'era il privilegio di chi guadagnava tanto e la durezza della vita di chi poteva contare solo su un salario da operaio. C'erano garanzie  maggiori e minori.
Ma c'era una linea precisa che distingueva  il lavoro dalla povertà. Chi superava  quella linea, anche con sacrifici  e ristrettezze, non era povero.
Oggi invece lavoro e povertà si sono ricongiunti. Un posto di lavoro non basta a far uscire da una condizione di povertà. Anche  se è fisso.
Il motivo è molto semplice e basta affiancare i dati sull'occupazione a quelli dell'inflazione per comprenderlo.
In questi anni i prezzi, a partire da quelli dell'energia, sono aumentati e di tanto. Le retribuzioni, invece, sono rimaste al palo. L'Italia è l'unico paese d'Europa nel quale sono scese.
Un solo salario non basta a garantire il necessario. Quando non si riesce a tenere insieme l'affitto con l'educazione dei figli o le cure mediche, allora il passaggio alla condizione  di povertà è ineludibile.
La nascita del lavoro povero, che non appare dai dati  sull'occupazione, diventa evidente se  si guardano quelli della crescita.
L'economia  è ferma e pare destinata a rimanere tale. Il prodotto interno lordo continua a mostrare numeri preoccupanti. I salari ridotti deprimono i  consumi e questo non favorisce crescita e sviluppo.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: riduzione della spesa sociale e calo demografico. L'Italia dell'occupazione che aumenta e del lavoro che si impoverisce,  l'Italia dei giovani laureati che preferiscono andare all'estero per avere salari migliori, è un Paese comunque in declino.
E questo non è una buona notizia.


mercoledì 26 giugno 2024

RIFLESSIONI. Cosa rimane della vita

 



Ciò che nella vita rimane
non sono i doni materiali,
ma i ricordi dei momenti
che hai vissuto e
ti hanno fatto felice.
La tua ricchezza non è chiusa
in una cassaforte, 
ma nella tua mente.
E' nelle emozioni che hai provato
dentro la tua anima.

                            Alda Merini


martedì 25 giugno 2024

RES PUBLICA. Algoritmi di guerra

 

FONTE: "Messaggero di sant'Antonio" giugno 2024.
Articolo: "Algoritmi di guerra" di ROBERTO REALE.

L'intelligenza artificiale usata per individuare bersagli umani. Sta succedendo a Gaza, aprendo scenari inquietanti per l'intero pianeta.

In Italia se n'è parlato poco, ma è una vicenda che merita attenzione, perché apre uno squarcio su quello che "The Washington Post"  ha definito il "terrificante mondo delle intelligenze artificiali usate a scopi militari".
Stiamo parlando di un'inchiesta pubblicata da due siti di informazione israeliani, poi rilanciata dal britannico "The   Guardian".
Ha svelato l'esistenza  di un software progettato con l'obiettivo di individuare "bersagli umani" nei bombardamenti su Gaza. In pratica all'algoritmo, gestito dall'esercito di Tel Aviv, è stato affidato un database   con una lunghissima lista di potenziali  miliziani  palestinesi da uccidere.
Quando le videocamere segnalavano la presunta presenza sul terreno di queste persone,  ai militari restavano solo venti secondi per decidere se colpire o no. Facile capire che in molti casi si sia "proceduto in automatico", anche perché i soldati avevano ricevuto l'ordine di "distruggere Hamas, a qualunque costo".
A  rivelarlo sono stati sei componenti dei servizi segreti, le cui testimonianze sono state riportate da Yuval Abraham, giornalista e documentarista israeliano, impegnato per la pace, già vincitore di un prestigioso premio al Festival del Cinema di Berlino.
Il software era pensato per colpirli direttamente nelle loro case.  C'era il rischio di ucciderne i familiari? I "danni collaterali" erano messi in conto, donne  e bambini che fossero.
Da ultimo merita attenzione il nome stesso del programma  dell'IA. Si chiama Lavender, l'etimo richiama ciò che  "deve essere lavato, ripulito", sembra la lingua di Orwell oggi molto in voga nei conflitti che insanguinano il pianeta.
Ma questa problematica degli "algoritmi di guerra" ha dimensioni che vanno ben oltre Gaza.
Henry Kissinger, uno dei protagonisti della politica estera degli Stati Uniti, nel suo ultimo libro,  scritto poco prima di morire, L'era dell'intelligenza articiale, si è posto il problema degli arsenali nucleari delle grandi potenze: se si affidano alle macchine i tempi di reazione a un presunto attacco che succede? L'autore ha invitato le grandi potenze a dialogare, per evitare irreparabili disastri. 
La questione ha enormi riflessi sul piano etico. Se ne è fatto interprete papa Francesco presentando la Giornata della Pace del 2024, quando ha affermato che è grave motivo di preoccupazione "la ricerca nel settore dei cosiddetti sistemi  d'arma autonomi letali" che includono "l'utilizzo  bellico dell'intelligenza artificiale".
Parole  che avrebbero meritato maggiore attenzione dai media italiani. Per fortuna, a livello globale, come abbiamo visto, c'è ben altra consapevolezza.
Negli Stati Uniti sono uscite diverse inchieste sui rapporti delle grandi aziende Hi Tech col Dipartimento della Difesa e l'industria delle armi.
Non mancano poi studi e ricerche che partono dal basso,  come quello del sito stopkillerrobots.org animato da un gruppo di giovani ricercatrici mobilitate per chiedere che le tecnologie siano usate per promuovere pace e diritti umani, non per uccidere.
In altre parole, a chi ci domanda se abbiamo paura dei robot killer conviene rispondere che ne abbiamo molta di più degli umani che prima li progettano o poi li utilizzano.