Foresto Sparso, 07/08/26
"La montagna più alta e più difficile da scalare è sempre quella che portiamo dentro di noi, perché alla fine siamo noi a crearci le nostre montagne e il desiderio di superarle".
È un'affermazione di Walter Bonatti, uno dei più grandi alpinisti italiani di tutti i tempi, nato il 22 giugno 1930 a Bergamo.
Mi sembra anche di conoscere il nome di questa montagna: si chiama Ambizione. Ti rendi conto quanto sia alta e impervia quando inizi a scalarla. A mano a mano che sali di quota ti rendi conto che la vetta è sempre più in alto fino ad apparire irraggiungibile, mentre le difficoltà si fanno sempre più toste. C'è chi pensa che questa montagna sia maledetta e chi si avventura a scalarla sia un poco di buono da cui bisogna guardarsi. Certamente può essere anche così. In qualsiasi percorso della vita si presentano pericoli e varianti dannose, perfino nell'immobilismo di chi non si alza mai dal proprio divano.
Io preferisco guardare in positivo. Chi si lascia coinvolgere dall'Ambizione e si mette in cuore di scalarla non fa altro che mettere in luce la grandezza dell'animo umano che è fatto a misura dell'infinito; di quell'infinito che, per me che sono credente, è il Dio rivelato da Gesù e che ci ha plasmati a sua immagine e somiglianza. Per questo l'animo umano è una voragine che vorrebbe contenere l'universo e, se gli riuscisse questa impresa, scoprirebbe che è ancora troppo poco.
Quando Sant'Agostino si rende conto di questa realtà non può che esclamare "Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore sarà sempre inquieto fino a quando non riposerà in Te" (Confessioni. 1.1.5).
Desiderare sempre di più; puntare sempre più in alto; sentirsi insoddisfatti dei risultati raggiunti; voler sempre migliorare... fa parte della nostra grandezza ed è la condizione che che sta alla base del progresso umano oltre che ad essere un modo per lodare Dio che ci ha creati con questa apertura... all'infinito.
Come dicevo, in tutto questo ci sono anche i pericoli e le varianti dannose come in ogni dono che Dio ci ha dato. Questo si verifica quando l'Ambizione viene gestita dall' ingordigia, dalla violenza, dalla cultura machiavellica "del fine che giustifica i mezzi", dall'incapacità di apprezzare e valorizzare anche le piccole mete raggiunte di volta in volta, dalla sindrome dell'onnipotenza, dalla presunzione di essere assoluti.
È necessario, allora, che lo scalatore che punta alla Vetta dell'Ambizione abbia nella sua attrezzatura indispensabile l'Umiltà. Equivale al necessario equilibrio per restare fermi e sicuri su le cenge e sulle pareti a perpendicolo, ai passi lenti, ponderati e prudenti del vero campione della montagna che è mosso dalla voglia della Vetta, ma è anche consapevole dei suoi limiti ed ha il coraggio di fermarsi quando si rende conto di essere al confine, pur custodendo sempre dentro di sé la voglia della vetta.
Io credo che sia un grave danno non coltivare ambizioni, come pure sia un danno altrettanto grave coltivarle smodatamente. A differenza delle sfide alpinistiche che si concludono con raggiungimento della vetta la grandezza di chi scala l'Ambizione sta nella costanza di continuare per il suo percorso con Umiltà sapendo che la vetta la riceverà in regalo da Chi lo ha creato per abitarla.
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don Camillo

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