Tante sono le motivazioni, che ti portano sul Cammino di Santiago, che in ogni caso ti lascia nell'anima una traccia indelebile.
Foresto Sparso, 22/10/2026
Rispettare e dialogare non è sincretismo
parte seconda
Gesù conosceva bene la fatica degli
Apostoli e dei primi discepoli a capire tutto subito; per questo li aveva
preavvisati: “Avrei ancora tante cose da dirvi, ma ora non siete in grado di
portarne il peso. Vi manderò lo Spirito Santo. Sarà lui ad introdurvi in tutta
la Verità” (Gv. 16, 12-15). E’ il cammino della Chiesa che, sempre guidata
dallo Spirito Santo, nonostante tutte le sue debolezze e fragilità umane,
arriva pian piano e in modo progressivo a riscoprire la vitalità, l’attualità e
l’originalità del Vangelo che ha come finalità, oltre che di rivelarci in modo
definitivo il volto di Dio ricco di Misericordia, anche la vocazione e
l’identità dell’Uomo chiamato ad essere figlio di Dio, e l’originalità e il
valore della diversità nella composizione del nuovo Popolo di Dio (una, questa,
delle prime fatiche affrontate dalla Chiesa delle origini: la questione della Circoncisione
e del Battesimo ai pagani, che per i primi decenni ha creato forti tensioni
nelle comunità cristiane).
Per tornare al tema in oggetto che è
l’accusa di sincretismo rivolta a questo punto a tutta la Chiesa conciliare e
non solo agli ultimi Papi: rispettare e dialogare con la diversità non è
sincretismo, ma è riconoscere le diverse modalità con le quali Dio durante la
Storia si è manifestato progressivamente fino ad arrivare alla pienezza dei
tempi con Gesù.
E’, perciò, la saggezza di cogliere anche nelle altre culture i segni dello Spirito Santo, e farne, attraverso il rispetto e il dialogo, una base per l’annuncio del Vangelo. Papa Giovanni XXIII (ideatore del Concilio Vaticano II) era solito dire: partiamo da ciò che ci unisce e non da ciò che ci divide.
Lo stesso metodo di Dio che per entrare
in un dialogo più stretto con l’Uomo, è partito dalla sua cultura accettandola
come era anche nei suoi limiti e a volte brutalità, per portarlo pian piano a
maturare livelli sempre più elevati (vedi ad esempio i passaggi dalla legge
della vendetta spropositata di Lamech, alla fase intermedia della legge del
Taglione, alla fase dell’amore oltre che per quelli della propria casa e della
propria gente anche per il forestiero che dimora presso di loro, al vertice
della Carità che comprende l’amore per i nemici).
Grazie al Concilio Ecumenico Vaticano II
e al magistero coraggioso e illuminato dei Papi post-conciliari, la Chiesa sta
camminando nonostante le resistenze interne di chi la vorrebbe immobile e
cristallizzata sulle sue comprensioni di un passato in cui lo Spirito Santo
agiva con stimoli proporzionati a quei tempi.I tempi nuovi, molto diversi da
quelli del passato, offrono allo stesso Spirito Santo l’opportunità di stimoli
nuovi, e perciò, la possibilità di una comprensione ancora più profonda del
Vangelo. Il santo Papa Giovanni XXIII era solito chiamarli “i segni dei tempi”.
Voler fermare la vita della Chiesa al passato, è come se si impedisse a un
giovane di accedere a percorsi di studio più avanzati convincendolo che quelli
elementari già svolti sono tutto. Certamente la cultura elementare è un dato
acquisito e fondamentale che non sarà mai cancellato perché fa da base ad ogni
ulteriore sviluppo ed offre gli strumenti per addentrarsi nella profondità della
conoscenza e dell’esperienza che è sempre tutta da scoprire. Gesù Cristo non
può essere ridotto ad un personaggio del passato, ma è vivo e presente nella
sua Chiesa e opera incessantemente per mezzo del suo Spirito per farla crescere
sempre di più in conoscenza, in santità e in grazia, capace come Lui di capire,
accogliere e curare l’Umanità ferita e confusa, cosa che non si fa con l’avversione
e l’esclusine del diverso ma col dialogo e la ricerca da quei punti in comune
dai quali si possa partire.
don Camillo
disegno di Oldrati Mirko
Questa rubrica, che sarà aggiornata settimanalmente, si augura di contribuire, seppure in minima parte, a tener vivo il nostro dialetto.
Coltivare una lingua (e i dialetti lo sono) significa soprattutto cercare di trasmettere ad altri quanto di meglio un popolo ha espresso nel proprio carattere e nella propria cultura.
Proporrò vocaboli o frasi o proverbi o altro. La versione esatta sarà pubblicata nel post successivo.
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L'è belfà a criticà, bisògna proà a fà.
Ü che l' löcia sèmper.
Uno che piange sempre (che non è mai contento).
Quando la fómna fà de òm a la và in cà töt a landòm.
Quando la donna vuol fare l'uomo va tutto sottosopra.
Fàla fö de coiò per no pagà dasse.
Passare per un coglione per non pagare dazio.
A l' val piö piò tant ü piat de buna céra che töte i pitanze de sto mónd.
Vale di più un piatto di buona cera che tutte le pietanze di questo mondo.
Töcc i pènsa de cambià l'ümanità, ma nissü i pènsa de cumensà con lur.
Tutti pensano di cambiare l'umanità, ma nessuno pensa di iniziare da se stesso.
Se te 'impareré a dovrà dóma 'l martèl, te finiré per vèd despertöt dóma di ciócc.
Se imparerai a usare solo il martello, finirai per vedere dappertutto solo dei chiodi.
No s' pöl mia fà du mestér in d'öna óltá.
Non si possono fare due mestieri in una sola volta.
No 'l val mia cór, basta rià a ura.
Non serve correre, basta arrivare in tempo.
O prima o dòpo ol piö fórt a l' gh avrà bisògn del débol.
O prima o dopo il più forte avrà bisogno del debole.
L'è ün òrb che l'à troàt ü fèr de caàl.
E' un uomo cieco che ha trovato un ferro di cavallo.
Iga miga assé de fà cantà ün òrb.
Non aver neppure un quattrino.
Ai möi denàcc e ai s-ciöp dedré.
Ai muli davanti e ai fucili dietro.
Guadegnà apéna de pödì stà 'mpé.
Guadagnare appena di che vivere.
La bóca l'è mia straca se la sènt mìa de aca.
La bocca non è stanca (di mangiare) se non sa di mucca.
Chèl che s' fà mia de edèl a l' sa fà gna de bö.
Ciò che non si fa da vitello (giovane) non si fa nemmeno da bue (da vecchio).
Précc, mòneghe e frà leàga ol capèl e lassài 'ndà.
Preti, suore e frati togliersi il cappello e lasciali andare.
La gh'éra resù chèla ègia che ga rincressìa a mör, perché l'à n' imparaa öna töcc i dé.
Aveva ragione quella vecchia a cui rincresceva morire, perché ne imparava una tutti i giorni.
Intàt che 'l dutùr al pensa, ol malàt a l' và a l'Assènza.
Mentre il dottore pensa l'ammalato va all'Ascensione, al Creatore.
Chi gh'à pura del pecàt, a 'l mör col cül pelàt.
Chi ha paura del peccato, muore con il culo pelato (cioè muore povero).
A s' pöl perdunà ma mia desmentegà.
Si può perdonare, ma non dimenticare.
A chèl lé ga fà mal ol föm di candele.
A quello lì gli fa male il fumo delle candele.
Ol diàl a l' völ cassà i córegn de per töt.
Il diavolo caccia le corna dappertutto.
Tra i dutùr de medesina l'è 'l piö brào chi l'ha 'ndüina.
Tra i dottori in medicina è il migliore chi la indovina.
La segónda de Pasqua töcc a mangià ciape de öv in campagna.
La seconda di Pasqua tutti a mangiare uova sode in campagna.
Per conóss üna persuna bisògna mangiá ü mòss de sal insèma.
Per conoscere una persona, bisogna mangiare insieme.
Chi gh'à mestér tróa pà de per töt.
Chi conosce un mestiere, trova da guadagnare ovunque.
Ẻss bù de lès nóma söl sò messàl.
Essere ignorante.
Pà coi öcc, formài sènza öcc e vì che salte 'n di öcc.
Pane con gli occhi, formaggio senza occhi e vino che salti negli occhi.
L'è ira cóme l'è ira che gh'ó 'l batésem.
E' vero come è vero che sono stato battezzato.
Mangià i gnòch fò d'sura 'l có a ergü.
Essere più alto di natura.
Bisògna miga 'ndà al mölì per no 'farinàs.
Non bisogna andare al mulino per infarinarsi.
Chi no öl créd al sant créde al miràcol.
Chi non vuole credere al santo crede nel miracolo.
Pianta che no fà fröt, a s' la tàia e s' la mèt söl föch.
L'albero che non fa frutto si taglia per fare legna.
Sö l'ölìa o sö l'öv a l' völ piöv.
Nella domenica delle palme o a Pasqua piove.
Iga sald ol cortèl per ol mànech.
Avere saldo il coltello per il manico.
Tö fò di mà 'l manès a ergü.
Levare di mano la palla a qualcuno.
Só restàt con in mà ü pögn de mósche.
«Un ipovedente nel mondo dei ciechi è un re». È bastata questa frase di Oney Tapia ad ampliare lo sguardo sulla disabilità, troppo spesso considerata come un monolite. Ma la grande verità di Oney, atleta paralimpico plurimedagliato, e volto famoso della televisione per aver vinto Ballando con le stelle, edizione 2017, è che la disabilità non è una, livelli diversi rendono le persone «diversamente autonome». Qualsiasi piccola variazione della condizione può fare la differenza. Lo conferma Sandra Truccolo, atleta paralimpica di tiro con l’arco, 62 anni, da trentotto in sedia a rotelle a seguito di un grave incidente stradale. «Non ho una lesione netta, altrimenti sarei paralizzata dal torace. La mia lesione è un D12, non muovo le gambe, ma ho mantenuto la sensibilità. Se mi cade dell’acqua bollente su una gamba, me ne accorgo. Direi che è tanta roba! Non essere completamente paralizzata, mi permette un buon controllo del busto, e questo nello sport aiuta molto». I suoi titoli lo dimostrano: due volte campionessa del mondo e una volta d’Europa, due volte medaglia d’oro ai Giochi paralimpici di Atlanta e Sydney nel tiro con l’arco a squadre, solo per citarne alcuni. Sandra, in quanto testimone autorevole dei valori di inclusione, determinazione e pari opportunità, è stata scelta per accendere, a Venezia, in piazza San Marco, il braciere che ha concluso il viaggio della fiaccola olimpica prima dell’apertura dei Giochi di Milano-Cortina 2026.
Altro tedoforo, ma nella tappa milanese che ha attraversato Corso Magenta, è stato proprio Oney Tapia. «Portare la fiamma sportiva è stato per me un grande privilegio. E con un grande valore simbolico: illuminare il percorso delle persone che sognano, che ci credono fino in fondo. È stato molto emozionante. I ragazzini mi riconoscevano e mi incitavano. E le loro mamme dicevano: “Questo è un vero campione”. Mi sono commosso. Sono consapevole che, se la gente ti vede come un esempio, allora hai una grande responsabilità». Di origini cubane, Tapia era arrivato in Italia nel 2002 per giocare a basket. Lavorava come tree climber, cioè come giardiniere che taglia gli alberi più alti. Ma un grosso ramo lo ha colpito sulla nuca. «Un banale incidente e il mio mondo è sprofondato nel buio». Lancio del disco e getto del peso, premiati con due ori nel 2024 – uno mondiale e l’altro olimpico –, hanno riportato i colori nella sua vita. «C’è voluto tempo per ritrovare fiducia nel mio corpo. È stato come ricominciare una nuova vita da zero, sperimentare, sbagliare, imparare, ma soprattutto non arrendersi. La paura all’inizio bloccava il movimento. Ho capito allora che non bisogna mai bruciare le tappe. Ho accettato questa paura, l’ho abbracciata, quindi l’ho lasciata andare. E ho cominciato a muovermi. Poi, man mano che sono arrivati i successi, sono aumentate la forza e la stima in me stesso. Gioire per ogni risultato raggiunto è una meraviglia. Oggi vivo giorno per giorno, non vado oltre, perché non voglio perdermi il presente». Ma un progetto futuro c’è. «Sì. Mi sto allenando per le Paralimpiadi di Atlanta 2028. Che Dio me la mandi buona!».
Il mondo delle persone con disabilità è un mondo complesso e impegnativo, dove i familiari – i cosiddetti caregiver – sono in prima linea. «Se l’unico modo affinché Antonio potesse recuperare un qualsiasi residuo di uso delle gambe era la riabilitazione in acqua, allora Antonio avrebbe imparato a nuotare, a costo di trascorrere pomeriggi interi a bordo vasca a cercare di convincerlo». Mamma Sandra non ha mai mollato, anche se suo figlio da piccolo di entrare in acqua non voleva saperne. Antonio Fantin, una rarissima malformazione artero-venosa diagnosticata a poco più di 3 anni, ha vissuto una vita «da seduto». «Seduto, ma non accomodato, perché accomodarsi è il verbo della resa. La mia normalità è carrozzina, tutori – i miei “stivaletti miracolosi” – e stampelle. Non ho mai voluto che i miei successi venissero apprezzati, o i miei fallimenti compatiti, attraverso il filtro della disabilità».
Una volta che Antonio è entrato in acqua, non si è più fermato. «L’acqua mi custodisce, mi culla ma, soprattutto, sa adattarsi al mio corpo. Niente limiti, niente barriere, neppure quelle mentali. Con la testa sott’acqua, vedo tutto più chiaramente. Allora fatica e sacrificio diventano opportunità. E se anche a volte il mio corpo dice di arrendermi, il cuore non ci sta».
Da quel primo tuffo, Antonio, di strada o, meglio, di vasche, ne ha fatte tante. Le prime soddisfazioni sono arrivate con le medaglie d’oro di nuoto 100 metri stile libero S6 maschili ai Giochi paralimpici di Tokyo 2020 e Parigi 2024. L’atleta di Bibione (Venezia) oggi è l’Antonio dei record: tredici volte campione mondiale e undici volte campione europeo. È detentore dei record mondiali ed europei sui 50 metri stile libero e sui 100 metri stile libero. «Lavori un anno intero per un minuto di gara. Quella fatica sembra sproporzionata, invece quel minuto è il più importante della tua vita. Quando vinci e sali su un podio mondiale, assapori l’inno d’Italia che suona per te, e vedi il tricolore alzarsi, realizzi che assieme a te c’è tutta una nazione in festa. Allora riesci a dare forma a una parola astratta come sogno».
Si definisce «mamma chioccia», la signora Tiziana. Suo figlio, Pietro Scidurlo, è nato con una lesione spinale che gli ha precluso l’uso delle gambe. Con il marito Bartolomeo e un amico del figlio, Iari, nel 2012 ha deciso di accompagnare Pietro sul cammino di Santiago. Una strana compagnia: Pietro in hand-bike, Iari e Bartolomeo in bicicletta, Tiziana in auto per trasportare la sedia a rotelle. «Chilometro dopo chilometro – dice Pietro –, ho capito che mi stavo liberando dei pensieri negativi, e cominciavo seriamente ad andare incontro al futuro, con un nuovo senso di spensieratezza. Quando la forza fisica viene meno, ti fermi, prendi fiato, e riparti. Ma, se viene meno la motivazione, non riparti più. Mi sono rifugiato nella fede, e ce l’ho fatta». Quell’esperienza ha aiutato Pietro a trovare la sua strada nella vita. Ha scritto Guida al cammino di Santiago per tutti, a oggi unica guida in Europa a un cammino integralmente accessibile. E ha fondato l’associazione «Free Wheels» (Ruote libere), con la quale organizza cammini inclusivi, e seminari di formazione sull’accessibilità, per «costruire un nuovo mondo, più a misura di tutti».
A tempo di musica
Di sicuro la danza è stata una rivoluzione nella vita dell'atleta ligure Enrico Gazzola, un'alleata contro le limitazioni di una tetraparesi spastica degenerativa. Un palmares di tutto rispetto: 13esimo ai campionati del mondo del 2017 in Belgio, 5° posto ai campionati del mondo di Bonn, Germania, nel 2019, pluricampione italiano di specialità, 8° alla Coppa del mondo 2021, vittoria in Polonia nel 2018 nel duo di carrozzine . Dal 2021, Enrico, oggi 65 anni, ha messo da parte l'agonismo, per vestire i panni del ballerino amatoriale.
"La danza mi ha permesso di realizzare il sogno che avevo da ragazzo di diventare un atleta. Con addosso la maglia azzurra, ho rappresentato l'Italia nel mondo. Una responsabilità e un onore. La danza sportiva in carrozzina è unica perché è veramente una forma di libertà. La carrozzina non è un mezzo limitativo, bensì un mezzo per esprimersi. Ti permette di vivere emozioni che ti danno tanta gioia. Per danzare sulle ruote basta seguire con il pensiero la musica, trasformare le ruote in gambe e, con l'aiuto di un buon coreografo, fondere la gioia del danzare con la passione per l'arte. Questo ti aiuta a lottare anche nella vita di tutti i giorni. Ti insegna a superare le difficoltà, noi ne abbiamo tante, ma, in realtà, quando scendiamo in pista queste difficoltà diventano opportunità".
Esempi virtuosi
Di accessibilità si occupa da anni Roberto Vitali , cofondatore e presidente di Village for All-V4A, il portale dell'ospitalità accessibile, e consulente, per Milano-Cortina 2026, dell'ingegner Giuseppe Fasiol, commissario di governo per l'accessibilità e lo spirito paralimpico. Su incarico della regione Veneto, Vitali e i suoi collaboratori hanno analizzato i livelli di accessibilità universale e inclusione di tutte le città coinvolte nei Giochi olimpici e paralimpici 2026.
Da questo lavoro, sono nate delle Linee guida rivolte a tutti gli stakeholder che si occupano di turismo, che hanno garantito a cittadini, atleti, volontari e visitatori, una buona mobilità sicura e autonoma, ma che serviranno anche oltre la parentesi sportiva.
Dino Angelaccio è esperto di accessibilità universale, progettazione inclusiva e multisensoriale; è consulente della ministra della disabilità Alessandra Locatelli.
"C'è da fare ancora moltissimo per l'accessibilità degli spazi, non pensando soltanto a chi ha una disabilità fisica, bensì tenendo presente che, tra le persone con disabilità, ben oltre il 60% ha disabilità intellettivo relazionale. Per questi ultimi si fa pochissimo. L'accessibilità non è mettere in un parco giochi un'altalena di cui possano usufruire anche i bambini con disabilità fisica. L'accessibilità parte dalla progettazione; significa costruire un parco giochi dove pavimentazione, giochi, percorsi, segnaletica, consentano a tutti i bambini di giocare assieme".
Se è vero che molti passi devono ancora essere fatti, è vero anche che spesso le esperienze virtuose non sono conosciute. "Per esempio, la FIFA Fédération Internazionale de Football Association) da un paio d'anni ha istituito il manager dell'accessibilità, ovvero una figura che deve essere presente negli stadi per ascoltare i pubblici e trovare delle soluzioni affinché tutte le persone, indipendentemente dalle proprie caratteristiche, possano vivere l'esperienza di una partita di calcio. E possano farlo assieme ai familiari e agli amici non segregati in aree con barriere. Ottime anche le raccomandazioni che ha stilato l'ente di governo del calcio mondiale, con un principio cardine: almeno l'1% del totale dei posti a sedere di un impianto sportivo deve essere costituito da posti accessibili per persone con disabilità e per i loro accompagnatori. Nessun settore è esentato dall'obbligo di inclusione: la zona General Public, le aree Hospitality, i settori VIP e VVIP, le logge private e le aree riservate ai giornalisti".
Sempre dal mondo dello sport arrivano altre iniziative lodevoli.
"In occasione della finale di Coppa Italia - riprende Angelaccio-, che si è svolta lo scorso giugno, le persone con disabilità visiva potevano utilizzare un tablet specifico- il Touch2See-che simula un campo di calcio in rilievo, ha una pallina, sempre in rilievo, che si può seguire con il dito e comprendere, quindi, le azioni, e delle cuffie che consentono di ascoltare la telecronaca. Allo Stadio Olimpico di Roma è stato realizzata una quiet room, cioè una stanza con un'insonorizzazione importante, colori non troppo impattanti e cuffie che attutiscono i rumori, dove ragazzi e ragazze con sindrome autistica possono seguire le partite in un ambiente a loro consono. Per le persone sorde è a disposizione una maglietta con dei sensori, collegati a dei microfoni presenti sul campo e, attraverso le vibrazioni, possono avere un'esperienza completa della partita. Se tutte le società sportive adottassero questi tre piccoli strumenti, potrebbe iniziare una piccola rivoluzione".
FONTE: Masaf.gov.it/flex/cm/pages/ServeBLO
eucalipto rosso di Torrenova
Cirò Marina
faggio delle macchie
Pedace
olmo di piazza Regina Margherita
San Lorenzo
tipuana di villa Moncada
Paternò
iucca di villa Malfitano
Palermo
sughera di Molara
Caltagirone
carrubo di Cammaratini
Modica
fico magnolioide di Donnafugata
Ragusa
tamerice di san Nicola
Noto
olivo di s'Ortu Mannu
Villa Massargia
pino d'Aleppo di San Pantaleo
Dolianova
ginepro di Lathoracesas aVillagrande
Strisalli
roverella di Treja
Macerata
Fiesole
sequoia gigante di Longarone
Belluno
roverella delle Checche a Piensa
Siena
sughera di Su Pittixi
Usellus
olivastri di Budò
Padru
cedro del Libano parco Aymerich
Laconi
roverella della Badia di S. Vito
Aquilonia
Avellino
roverella di Barete
Aquila
farnia di SterpoBertiolo
Udine
albero di Giuda del Palatino
Roma
Torino
pioppo nero di Sesto Campano
Isernia