Foresto Sparso, 18/10/2026
Libertà
di parola e di manifestazione
Sono sempre più frequenti le
manifestazioni di dissenso che caratterizzano questi nostri tempi. In passato
erano soprattutto gli operai che rivendicavano condizioni più umane di lavoro,
retribuzioni più adeguate, sicurezza più garantita… Oggi sono soprattutto gli
studenti che chiedono strutture scolastiche più dignitose, più finanziamenti
alla scuola pubblica, l’annullamento del decreto legge che prevede il limite in
ogni classe del 30 per cento di stranieri che hanno difficoltà con la lingua
italiana … e altre contestazioni riguardanti il caro vita e il governo Meloni
in genere.
Rivendicazioni legittime come legittima
è la possibilità di manifestare il proprio dissenso.
Ognuno può essere d’accordo o meno sui
contenuti di tali rivendicazioni: ce ne sono di quelle sacrosante e di quelle
sulle quali bisognerebbe fermarsi a ragionare un po’ per rendersi conto che non
sono così limitative come si vuol far credere; e c’è un modo di contestare il
governo che genera il sospetto che sia la vera ragione delle manifestazioni e
che le piazze vengano manovrate a questo scopo. Il pretesto sono i bisogni
reali e i problemi da risolvere; lo scopo è la crisi di governo e l’alternanza
al potere.
Ma al di là di questo complesso
intreccio che io colgo solo a livello di impressione e nel quale non sono in
grado di entrare con competenza, una cosa mi lascia particolarmente perplesso:
la violenza che immancabilmente caratterizza queste manifestazioni a causa di
infiltrati che entrano in un corteo pacifico apposta per creare confusione,
scompiglio e danni che hanno ben poco a che fare con quello che si vuol
rivendicare.
A che serve distruggere vetrine,
sfasciare macchine, bruciare cassonetti, divellere la segnaletica… danni che
poi colpiscono privati che non hanno né colpa né pena e creano spese che devono
essere pagate dalla collettività? Per non parlare dei contusi, dei feriti, di
chi riporta lesioni gravi e permanenti, o addirittura di chi ci rimette la
vita! Da una parte e dall’altra degli schieramenti. Infiltrati che agiscono
incappucciati e tutti vestiti di nero allo stesso modo per non essere
riconosciuti. Se sono sicuri di agire per una causa giusta e nel modo giusto,
perché non hanno il coraggio di metterci la faccia come le migliaia degli altri
manifestanti che sfilano pacificamente?
Gli infiltrati in genere sono poche
decine, al massimo poche centinaia, che finiscono per manipolare migliaia di
manifestanti pacifici e leali. Una minoranza che tiene in scacco una
maggioranza fino a screditarla con l’effetto di suscitare nell’opinione
pubblica un’avversione che rischia di inglobare anche le giuste cause della
protesta.
Provo una grande amarezza nel constatare
che in una società che si ritiene libera come la nostra, non si possa esprimere
il proprio pensiero senza incappare in chi ti usa come veicolo delle sue
ambizioni o dei suoi estremismi, o, in alternativa, in chi ti insulta e ti
umilia per quello che dici.
E l’amarezza diventa ancora più intensa
quando vedo che gli infiltrati o coloro che aggrediscono fisicamente o con gli
insulti sono sempre di più i giovanissimi o addirittura i minorenni. Una
preoccupante deriva che promette poco di buono per il futuro, e che impegna la
comunità adulta (tutta) e non solo il governo, a riflettere seriamente sulla
necessità di tornare ad essere una comunità che educa sulla base di quei valori
fondamentali che sono: il Rispetto reciproco; l’apprezzamento della diversità;
la Libertà, riscoperta come impegno per la Verità e il Bene comune; la Fede
come riscoperta del senso della vita e del nostro rapporto con Dio… Soprattutto
quest’ultimo valore nella convinzione che se si elimina Dio dalla vita di una
società, anche l’Uomo perde la sua cittadinanza.
don Camillo

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