Articolo: "La lotta invisibile dei disturbi alimentari" di SARA CARRARA.
Francesca Finazzi ha accettato di raccontare la sua esperienza con l’anoressia trasformandola in impegno, testimonianza e speranza per tanti che ancora vivono nel buio del non detto.
La prima volta che Francesca Finazzi ha guardato davvero dentro di sé, non ha riconosciuto ciò che vedeva. Aveva 16 anni, viveva a Bergamo, studiava, sognava e… gradualmente si è persa. Nel suo sguardo e nel suo rapporto con il cibo si è insinuata una presenza silenziosa e implacabile: l’anoressia nervosa. Questa non è una semplice altalena di pensieri o un capriccio adolescenziale, ma un disturbante dialogo interiore che altera il rapporto con il corpo, con la fame, con l’affetto e con la vita stessa, come raccontato da L’Eco di Bergamo.
Oggi Francesca ha 26 anni. Studia, lavora, scrive e soprattutto racconta. Racconta una storia che non appartiene soltanto a lei, ma a migliaia di persone in Italia che ogni giorno lottano in silenzio con un disturbo del comportamento alimentare, una battaglia che spesso si combatte senza voce e senza luce.
Quando nel 2021 è stata ricoverata per l’anoressia, è stato come toccare con mano una realtà che pochi intendevano davvero comprendere. «Mi sono ammalata dieci anni fa» racconta, «e quando ho iniziato a stare male non c’era nessun sostegno tra pari, nessuno spazio che andasse oltre il medico e lo psicologo». In quel periodo, la solitudine delle parole non dette era più pesante di qualsiasi sintomo fisico.
Così, nella stanza bianca di un reparto, tra una terapia e l’altra, Francesca ha iniziato a cercare delle risposte. Cercando connessioni, ha scoperto Animenta, una realtà non-profit con base a Roma che si occupa di disturbi alimentari nella loro complessità, promuovendo una comunicazione chiara, consapevole e accessibile. «Era la prima volta che sentivo parlare di questo tema in modo umano», confida. E proprio da quel primo contatto è nata in lei un’idea: non voler più restare in silenzio. Non tanto per fare, ma per esserci. Per dire ad altri che stanno lottando: non sei solo.
Così Francesca è diventata volontaria. Ha iniziato a scrivere - articoli, riflessioni, post da condividere sui social e sul sito dell’organizzazione - raccontando non solo la sofferenza, ma anche le relazioni, le famiglie, le dinamiche quotidiane che spesso restano nell’ombra. «Si parla sempre della persona che sta male», spiega, «ma quasi mai di chi le sta accanto». Perché per chi ama una persona con un disturbo alimentare - un figlio, una sorella, un amico - ogni giorno è un equilibrio delicato tra paura e speranza.
Nel suo volontariato ha incontrato studenti nelle scuole, non con lezioni teoriche, ma con testimonianze vere. «Alla fine degli incontri», racconta, «diversi ragazzi venivano a farmi domande, a chiedere consigli, a cercare aiuto, magari per una sorella, un’amica». Queste conversazioni, intime e spontanee, raccontano quanto sia forte il bisogno di essere ascoltati: un bisogno che i numeri confermano e amplificano.
Secondo le più recenti stime in Italia, oltre 3 milioni di persone convivono con un disturbo del comportamento alimentare, tra anoressia, bulimia e binge eating. Solo l’anoressia nervosa - quella che Francesca ha affrontato - colpisce circa l’1% della popolazione, con oltre 540.000 casi, nella stragrande maggioranza giovani e donne. E il fenomeno non è statico: negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, i casi sono aumentati, con diagnosi sempre più precoci e un’incidenza significativa tra adolescenti e giovani adulti.
In questo contesto, i social media giocano un ruolo ambivalente: se da un lato possono essere strumenti di condivisione e supporto, dall’altro diffondono narrazioni fuorvianti o ideali immaginari, che confondono chi già è vulnerabile. «La difficoltà più grande è capire a chi credere», sottolinea Francesca. «Per questo è fondamentale avere fonti affidabili, che indirizzino verso percorsi di cura seri, che devono prevedere figure diverse come psicologi, psichiatri e nutrizionisti».
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